Ascoli e l’adorazione perpetua, un fuoco che brucia da vent’anni
di Andrea Galli
L’esperienza di preghiera eucaristica 24 ore su 24, tutti
i giorni dell’anno, iniziò nella città picena il 1° giugno 2006 e da allora non si è mai interrotta, grazie soprattutto
ai laici. La Messa
per l’anniversario con l’arcivescovo Palmieri

«Sono passati vent’anni e sono volati. Quando abbiamo cominciato, io e mio marito avevamo ancora i figli piccoli. Quindi all’inizio dovevamo organizzarci: una volta andavo io e una volta lui. Poi, man mano che i figli crescevano, potevamo lasciarli a casa e andare insieme. Per molti anni abbiamo avuto il turno del sabato mattina, dalle 5 alle 6. Comportava qualche sforzo, ma era ripagato dal silenzio particolare che c’è a quell’ora. All’inizio, quando senti la parola “perpetua”, pensi: “per sempre!”. E un po’ fa paura. Piano piano però questo appuntamento settimanale è entrato nella nostra vita, in profondità, e ora non possiamo farne a meno».
Alfredina Ferretti, 58 anni, vive a pochi chilometri da Ascoli Piceno. Lei e il marito Claudio Virgulti una volta alla settimana trascorrono un’ora di adorazione eucaristica nella splendida chiesa barocca di Santa Maria della Carità, nel centro di Ascoli, più nota fra la gente come “chiesa della Scopa”, dal nome di un’antica confraternita di penitenti i cui membri usavano flagellarsi con piccole fruste a forma di scopa. Sono due dei circa 250 adoratori che tengono viva l’adorazione eucaristica perpetua che lì si svolge: 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana, per tutto l’anno, senza interruzione.
Questa catena di preghiera ha compiuto da poco vent’anni ed è una delle più longeve d’Italia nel suo genere. L’anniversario è stato celebrato lo scorso 1° giugno con una Messa presieduta dall’arcivescovo Gianpiero Palmieri. Il quale ha voluto chiamare davanti all’altare proprio Alfredina e Claudio, che quel giorno festeggiavano 29 anni di matrimonio e, insieme, due decenni di adorazione settimanale.
Il fatto che ad Ascoli Piceno questa esperienza di preghiera si sia così radicata fra i laici della città e dei paesi vicini ha motivazioni che si spingono in là nel tempo. Nel 1965, in pieno Concilio Vaticano II, l’allora vescovo Marcello Morgante, in preparazione al IX Congresso eucaristico regionale marchigiano che si sarebbe tenuto ad Ascoli l’anno successivo, volle destinare proprio Santa Maria della Carità all’adorazione eucaristica quotidiana. Il 9 ottobre di quell’anno, alla presenza del cardinale Bernard Alfrink, arcivescovo di Utrecht, il Santissimo Sacramento fu portato in processione dalla Cattedrale alla chiesa della Scopa e lì intronizzato. Da allora Santa Maria della Carità divenne il punto di riferimento della preghiera eucaristica cittadina.
Per oltre quarant’anni questa preghiera proseguì nelle ore diurne. La svolta arrivò nel 2006, per iniziativa del cappuccino padre Fedele Salvadori, fondatore dell’associazione pubblica di fedeli Volontari del Vangelo, che propose al vescovo Silvano Montevecchi di trasformare l’adorazione diurna in adorazione perpetua, estendendola a tutte le ore della notte. Montevecchi ne fu entusiasta, voleva che l’adorazione diventasse «il cuore della diocesi, come un fuoco sempre acceso». Padre Fedele assicurò anche la presenza stabile di alcune consacrate dei Volontari del Vangelo, incaricate di custodire la chiesa e coordinare la rete degli adoratori.
Per preparare il passaggio alle 24 ore fu chiamato ad Ascoli padre Justo Lo Feudo, missionario del Santissimo Sacramento, che nei mesi precedenti svolse una missione nelle parrocchie per raccogliere le adesioni necessarie. Il 1º giugno 2006 l’adorazione divenne così perpetua.
Maria Paola Renzi e Catia Occhineri sono le due laiche consacrate che oggi coordinano i 168 turni settimanali di preghiera. Vivono in un appartamento adiacente alla chiesa. «L’adorazione qui non è mai venuta meno – spiega Maria Paola – neppure durante la pandemia e neppure durante i due terremoti che hanno colpito il nostro territorio: quello dell’Aquila del 2009 e soprattutto quello dell’Italia centrale del 2016-2017, che qui abbiamo vissuto in pieno».
Nemmeno il covid è quindi è quindi riuscito a spezzare la catena di preghiera: «La chiesa è rimasta aperta e Gesù è rimasto sempre esposto. Durante il lockdown era consentito fermarsi in chiesa se questa si trovava lungo il tragitto di uno spostamento consentito. Qui intorno abbiamo farmacia, supermercato e altri servizi. E soprattutto c’eravamo noi consacrate. Con non pochi sacrifici abbiamo fatto in modo che l’adorazione non venisse meno».
Quando chiediamo a Maria Paola quali frutti abbia prodotto un’esperienza del genere, si sofferma un secondo, al telefono, e risponde: «Di grazie ce ne sono state tante. Ma direi che il frutto più importante non è qualcosa di eclatante. È un vissuto continuo, è il Signore che entra nelle case, nelle famiglie, nelle storie personali. L’adorazione aiuta moltissimo a prolungare ciò che si vive nella Messa. Naturalmente ci vogliono impegno e un lavoro continuo. Però sembra davvero che Gesù mandi gli adoratori, che sia Lui a chiamarli. Non sarebbe durata vent’anni l’adorazione se non ci fosse stato un continuo ricambio. Non abbiamo vissuto momenti di difficoltà tali da dover interrompere».
Intanto il fuoco dell’adorazione perpetua, discretamente, continua ad allargarsi nelle Marche, dove i centri sono ormai otto: l’ultimo è nato lo scorso 8 maggio a Pesaro, nella chiesa di San Giuseppe, in via Enrico Caviglia.
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