7 dicembre 1965. Libertà religiosa: atto di resa o di fiducia?

Con la "Dignitatis humanae" la Chiesa si fece garante di tutte le fedi. L'assenso alla verità non si può imporre
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April 1, 2026
7 dicembre 1965. Libertà religiosa: atto di resa o di fiducia?
Citta del Vaticano, 8 dicembre 1965.Papa Paolo VI sulla sedia gestatoria durante la Messa di chiusura del Concilio Vaticano II / Siciliani
Aria elettrica da "resa dei conti" nei convulsi giorni finali della quarta e ultima sessione conciliare (inizio dicembre 1965), quando si consumò il corpo a corpo più drammatico di tutto il Vaticano II. All’ordine del giorno fra gli altri c’era il "testo della discordia": la Dignitatis humanae, la dichiarazione sulla libertà religiosa. Un documento che oggi leggiamo quasi con naturalezza, ma che allora fu pietra dello scandalo – un vero e proprio scontro di civiltà tra due modi opposti di intendere il rapporto tra Dio, l’uomo e lo Stato. Per secoli, il pensiero cattolico era rimasto prigioniero di un sillogismo d’acciaio: «La verità può vantare dei diritti, l’errore no». Se la Chiesa possiede la verità rivelata, si diceva, lo Stato ha il dovere morale di proteggerla, limitando o vietando i culti "falsi". Era la logica del braccio secolare, un’eredità che faceva tremare i polsi alla Curia più conservatrice, guidata dal cardinale Alfredo Ottaviani. Per loro, ammettere la libertà religiosa significava spalancare le porte all’indifferentismo: se tutte le religioni sono libere davanti alla legge, allora una vale l’altra? Il cardinale Ernesto Ruffini di Palermo temeva che l’impianto del testo potesse esser (fra)inteso come una mera adesione alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948). Ma nell’aula conciliare soffiava un vento nuovo, alimentato da chi la storia l’aveva subita sulla propria pelle. C’erano gli americani, guidati dal gesuita John Courtney Murray, la cui vita è un piccolo romanzo nel romanzo: solo dieci anni prima, il Sant’Uffizio gli aveva imposto il silenzio proprio riguardo alla libertà religiosa. Ora, Murray si aggirava per il Concilio come "perito", vedendo le sue idee diventare l’asse portante della discussione. I vescovi Usa premevano: in una democrazia pluralista, la Chiesa non poteva chiedere privilegi, ma doveva pretendere libertà. Non volevano essere visti come i nemici della democrazia, ma come i suoi custodi più profondi. Dall’altra parte del mondo, dietro la Cortina di ferro, arrivava una lezione ancora più cruda. I vescovi polacchi, con un giovane e atletico Karol Wojtyła in prima fila, vivevano sotto un regime che calpestava la fede in nome di un’altra "verità" di Stato: l’ateismo scientifico. Wojtyła fu fulminante nei suoi interventi: se la Chiesa rivendica la libertà per sé, deve rivendicarla per tutti. Non è una strategia politica, è un’esigenza ontologica. Se la verità non viene abbracciata liberamente, è una verità che non salva. Egli sapeva bene che la libertà religiosa era l’arma più potente contro il totalitarismo: togliere allo Stato il potere di decidere cosa deve credere un uomo significava minare le fondamenta del potere comunista.
Il Concilio ebbe il coraggio di scardinare uno schema di pensiero divenuto una gabbia. La verità non è un’entità astratta che cammina per strada e reclama diritti legali, perché i diritti non appartengono alle idee, ma alle persone "in carne ed ossa". È questo il ribaltamento operato dalla Dignitatis humanae: la dignità non risiede nella correttezza dottrinale di ciò che uno pensa, ma nel fatto stesso di essere un uomo, creato libero da Dio. Anche chi sbaglia, anche chi non cerca la verità, resta un soggetto titolare di un rispetto insopprimibile. Non si dà "diritto all’errore", ma si riconosce il "diritto della persona" a non subire coazioni nella ricerca del divino. In questo clima di tensioni altissime, emerse la figura monumentale di Paolo VI. Montini non fu un semplice spettatore. Egli avvertiva il peso di secoli di magistero che sembravano dire il contrario, ma sentiva ancora più forte il battito del mondo moderno. Il 4 ottobre 1965, proprio mentre il dibattito sulla libertà religiosa entrava nel vivo, volò a New York per parlare all’Onu. Davanti all’assemblea del mondo, Paolo VI si definì «esperto in umanità». Il suo grido «Mai più la guerra!» era intrinsecamente legato alla libertà religiosa. Se la Chiesa avesse voluto essere ascoltata dai potenti della terra, avrebbe dovuto spogliarsi di ogni pretesa di dominio temporale. Al suo ritorno, intervenne personalmente per limare il testo, assicurandosi che la libertà non fosse intesa come licenza, ma come responsabilità. Voleva un documento che parlasse al cuore dell’uomo contemporaneo, un uomo spesso smarrito, ma geloso della propria autonomia. Si racconta che Montini seguisse le votazioni con il fiato sospeso, conscio che una bocciatura del documento avrebbe mandato in frantumi il dialogo con la modernità. Egli fu il grande tessitore che tenne insieme l’ala progressista e quella conservatrice, portando la Chiesa a un approdo che sembrava impossibile solo tre anni prima. Il dibattito fu estenuante. Il testo subì ben sei riscritture – un vero "passaggio nel deserto" teologico. Alcuni vescovi uscirono dall’aula scuotendo il capo, temendo la fine della cristianità e il tramonto del cattolicesimo come religione di Stato. Vedevano nel do-cumento un cedimento, quasi un tradimento dei martiri che nei secoli avevano combattuto per la verità. Fra questi spiccava la figura cupa e arcigna di Marcel Le-febvre. Ma Dignitatis humanae, firmata il 7 dicembre 1965, non era l’atto di resa della Chiesa al mondo moderno, bensì il suo più grande atto di fiducia nell’uomo. Si chiudeva l’epoca della cristianità imposta per legge e apriva quella della testimonianza offerta per amore. Una lezione che, a distanza di decenni, risuona ancora come la sfida più attuale del Vangelo.

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