18 novembre 1965. La Chiesa? Non insegna la Parola, la ascolta

L'approvazione della Dei Verbum segnò un cambio di passo: la Bibbia viene letta come un patrimonio di tutti
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March 26, 2026
18 novembre 1965. La Chiesa? Non insegna la Parola, la ascolta
Roma, 1962. Il cardinale Franz König mentre dialoga con il teologo Joseph Ratzinger /Siciliani
Il 18 novembre 1965, quando nell’aula di San Pietro viene approvata la Costituzione dogmatica Dei Verbum, il voto è quasi plebiscitario. Ma dietro quel consenso larghissimo non c’è un testo scontato. V’è, al contrario, una delle vicende redazionali più travagliate dell’intero Vaticano II. Il punto di partenza non era certo promettente. Lo schema originario sulla Rivelazione, discusso nel 1962, appariva a molti padri conciliari troppo rigido, segnato da un’impostazione difensiva e da un linguaggio scolastico. Dopo un dibattito acceso, lo schema per decisione di Giovanni XXIII fu accantonato. Da lì iniziò un lavoro lungo, complesso e a tratti perfino logorante. Yves Congar, tra i teologi più ascoltati del Concilio, annota nel suo Journal una certa frustrazione per i continui rinvii e le rielaborazioni senza fine: «Si ricomincia sempre da capo», scriveva. Eppure, proprio quella fatica sarebbe diventata feconda. Accanto al domenicano francese altri protagonisti seguirono da vicino il cantiere della Dei Verbum. Il cardinale gesuita Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, lavorò con tenacia per trovare formulazioni capaci di dialogare anche con il mondo protestante. Un giovane teologo tedesco, Joseph Ratzinger, osservava e dava il suo contributo; anni dopo avrebbe ricordato come proprio su questi temi si giocasse uno snodo decisivo del rinnovamento conciliare. Dopo tre anni di discussioni, correzioni e mediazioni, finalmente il risultato fu un testo assai breve e insieme densissimo – ritenuto il vero gioiello teologico dell’ultimo Concilio.
Il cuore della Dei Verbum sta infatti nel modo nuovo di intendere la Rivelazione. Essa non viene più pensata come un insieme di verità da trasmettere, quasi un deposito dottrinale da custodire, ma come l’unica Verità, cioè l’iniziativa di Dio che entra nella storia e si comunica agli esseri umani. In questa prospettiva, il centro non è più un sistema di proposizioni, ma una persona: Gesù Cristo. È lui il Rivelatore del Padre. È nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi gesti e nella sua Pasqua che Dio si fa conoscere pienamente. La Rivelazione non è prima di tutto un "contenuto", ma un evento, una storia, un incontro. La Rivelazione poi non è da ritenersi attestata in parte dalla Scrittura e in parte dalla Tradizione, ma nella Scrittura che viene letta e interpretata ecclesialmente alla luce della Tradizione e con l’ausilio del magistero di Papa e vescovi. Al riguardo, un certo stupore suscitò un intervento in aula di Salvatore Baldassarri, arcivescovo di Ravenna e Cervia, che dichiarò la sufficienza materiale delle Scritture nel campo dei dogmi. Ma, ci fu chi si meravigliò: «Non sono soltanto i tedeschi a sostenere che il magistero non è arbitro sulla Bibbia, ma si pone al servizio della Parola di Dio... c’è persino un presule italiano a sostenere queste tesi audaci!». È un passaggio decisivo. La fede cristiana appare così meno come un sistema chiuso che chiede un assenso intellettuale, ma come una vicenda viva che attraversa il tempo. Se la Rivelazione è un appello di Dio che ci chiama all’incontro con il Salvatore, allora la fede è risposta che coinvolge l’esistenza: è dialogo, incontro, sequela di Gesù in comunione con la Chiesa tutta. Non mancano poi nel testo questioni tecnicamente delicate. Una riguarda il tema dell’inerranza della Scrittura. Il Concilio evita formulazioni rigide e sceglie una via più equilibrata: la Bibbia non è infallibile in campo scientifico o storiografico, poiché insegna "senza errore" la verità che Dio ha voluto fosse consegnata per la nostra salvezza. Una frase misurata che apre a una comprensione non fondamentalista della Bibbia. Un’altra questione riguarda il metodo storico-critico. Senza nominarlo esplicitamente nei termini della manualistica contemporanea, la Dei Verbum ne riconosce la legittimità e la necessità: per comprendere ciò che Dio ha voluto comunicare, occorre indagare i generi letterari, il contesto storico, le intenzioni degli autori sacri. La Scrittura non cade dal cielo già bell’e pronta: nasce nella storia e va interpretata con intelligenza. Ma forse il capitolo più fecondo, anche per la vita quotidiana della Chiesa, è il VI e ultimo, dedicato alla Sacra Scrittura nella vita ecclesiale. Qui il Concilio invita con forza a una rinnovata familiarità di tutti credenti (non solo i preti e le religiose) con la Parola di Dio. La Bibbia non è riservata agli specialisti: deve nutrire la predicazione, la teologia, la catechesi, la preghiera dei fedeli. È in questo orizzonte che si comprende la riscoperta della "lectio divina", tanto cara a padre Carlo Maria Martini, che ne farà uno dei pilastri del suo ministero episcopale a Milano. L’ascolto orante della Scrittura diventa così una pratica accessibile a tutti, non un esercizio per pochi. A distanza di anni, si può dire che molte trasformazioni della vita ecclesiale affondano le radici proprio in queste pagine: la diffusione della Bibbia in lingua corrente, i gruppi di ascolto del Vangelo, una predicazione più attenta al testo biblico. Il 18 novembre 1965 non è dunque solo la data di approvazione di un documento. È il punto di arrivo di un confronto intenso e il punto di partenza di una stagione nuova. Una stagione in cui la Chiesa ha riscoperto che, prima di parlare, è chiamata ad ascoltare. E che la sua voce ha senso solo se resta eco di una Parola che la precede. 

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