Un'altra maxi multa a Meta perché «danneggia la salute mentale» dei bambini
di Elena Molinari, New York
Un giudice del New Mexico condanna l’azienda a versare quasi 600 milioni di dollari a un fondo per aiutare psicologicamente i più giovani. E il conto rischia
di salire nei prossimi giorni

A l di là della condanna, è il segnale di un cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti affrontano il rapporto tra adolescenti e social network. Un giudice del New Mexico ha ordinato a Meta di versare altri 567 milioni di dollari in un fondo destinato a riparare i danni alla salute mentale provocati dalle sue piattaforme ai più giovani. La cifra si aggiunge ai 375 milioni imposti a marzo da una giuria, portando il conto, solo in New Mexico, a 942 milioni. Il giudice Bryan Biedscheid ha stabilito che la società di Mark Zuckerberg che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp rappresenta un «pericolo pubblico»: pur non essendo l’unica responsabile, ha scritto, le sue piattaforme sono «un fattore significativo dell’attuale crisi di salute mentale tra i giovani».
All’origine c’è la causa intentata nel 2023 dal procuratore Raúl Torrez contro Meta, accusata di esporre i minori allo sfruttamento sessuale e di danneggiarne la salute mentale con software che creano dipendenza. A marzo una giuria di Santa Fe aveva stabilito che l’azienda aveva «consapevolmente» fatto male a migliaia di ragazzi e nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento sessuale sulle sue piattaforme, violando la legge statale sulle pratiche commerciali sleali. Gli algoritmi indirizzavano infatti gli adulti verso i contenuti degli adolescenti, mentre la società occultava le proprie ricerche interne sui rischi di queste pratiche. «Questa causa ha sempre riguardato la protezione dei bambini — ha commentato Torrez —. È una vittoria per ogni genitore che si è preoccupato di che cosa i social stiano facendo ai figli». Meta ha annunciato ricorso. «Lavoriamo duramente per tenere le persone al sicuro», ha replicato.
La sentenza non si ferma dunque al denaro, di cui tre quarti (420 milioni) andranno alle cure per la salute mentale, il resto a prevenzione e screening in cinque anni. Il tribunale impone infatti a Meta di modificare i prodotti rivolti agli under 18 residenti nello Stato: dovrà nascondere per default il conteggio dei «like», limitare l’uso combinato di Facebook e Instagram a 90 ore al mese (circa tre al giorno) e sospendere le notifiche notturne e durante l’orario scolastico. Dovrà inoltre tenere i minori di 13 anni fuori dalle sue app, affinare gli strumenti di stima dell’età con l’intelligenza artificiale, cancellare i dati raccolti sugli under 13 e riferire ogni sei mesi sui progressi fatti. Non tutto sarà fattibile, però. Il giudice ha riconosciuto che la legge federale sulla privacy dei minori gli impedisce di imporre verifiche dell’età che raccolgano dati dei bambini.
Il caso segna comunque il riconoscimento degli sforzi di centinaia di genitori che per anni hanno denunciato gli effetti di app che spingono all’autolesionismo o ai disturbi alimentari e avvicinano gli adulti ai profili dei ragazzini. La svolta era stata innescata nel 2021 dalle rivelazioni della ex dipendente Frances Haugen che mostrò come Meta fosse consapevole dei danni di Instagram sulle adolescenti. La causa del New Mexico era poi scaturita da un’inchiesta del quotidiano The Guardian che aveva svelato come Facebook e Instagram fossero diventati mercati per la tratta sessuale di minori. Oltre quaranta procuratori statali avevano subito citato in giudizio l’azienda, con il risultato che oggi Meta affronta migliaia di cause negli Stati Uniti, da parte di Stati, distretti scolastici e famiglie. Il conto dunque rischia di esplodere. In un processo che si apre la prossima settimana, California, Colorado, Kentucky e New Jersey chiedono penali potenziali per 1.400 miliardi di dollari, quasi quanto l’intero valore di Borsa dell’azienda. Altri procedimenti sono in corso in Tennessee e a Oakland. Anche l’Unione Europea, a luglio, ha ordinato a Meta di rendere le piattaforme «meno assuefacenti». Però ora al colosso che nel 2025 ha realizzato circa 60 miliardi di profitti le multe non hanno fatto davvero male, anche se a oggi restano l’unico strumento per mettergli un freno. Le leggi federali infatti sono vecchie e limitate e su tutte incombe la celebre «Sezione 230», che scherma le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. La vera partita, allora, è un’altra: il Congresso non ha mai fissato limiti forti ai giganti dei social. Il Kids Online Safety Act, approvato dal Senato nel 2024, si è arenato alla Camera, e diverse leggi statali sulla verifica dell’età sono state bloccate in nome della libertà d’espressione. Nel vuoto legislativo, sono ora i giudici e i procuratori degli Stati a cercare di stabilire delle regole, causa dopo causa. «L’America non approverà una legge che vieta i social — riassume il procuratore Torrez —. Ma se aziende come Meta sanno di causare danni con il modo in cui progettano i prodotti, gli Stati stanno finalmente trovando la strada per dire basta». Una strada opposta a quella scelta dall’Europa, che punta a un’età minima armonizzata (il Parlamento europeo ha indicato i 16 anni) e a strumenti comuni di verifica dell’età.
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