Ruffini e lo spirito dell'Ulivo: «I cittadini aspettano un progetto, non un nome»
Il fondatore del movimento "Più Uno" annuncia per il 10 ottobre a Roma la trasformazione in un soggetto politico: «Il centrosinistra ha vinto solo quando ha saputo offrire una visione di Paese condivisa, come accadde con Romano Prodi. Il centro? Non ne serve uno costruito in laboratorio»

Per molti è uno dei possibili federatori del centrosinistra. Ma più che a federare, Ernesto Maria Ruffini è interessato a ricostruire una comunità, possibilmente sull’unico modello vincente espresso dal centrosinistra in questi anni di bipolarismo: l’Ulivo. Un paradigma che certo non aveva bisogno di rincorrere “gambe centriste”. Semplicemente le includeva come elemento costitutivo all’interno di una visione comune. L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate avrà modo di condividere la sua visione il 10 ottobre a Roma, in un evento in cui l’elaborazione di un progetto condiviso porterà il suo movimento, Più Uno, a trasformarsi in soggetto politico.
Ruffini, il centro sembra oggi vivere una nuova stagione. Fioriscono formazioni e movimenti che intendono collocarsi in quello spazio. Lei che idea si è fatto di questo rinnovato interesse?
Guardo questa rinnovata attenzione con rispetto, ma anche con una certa dose di sospetto, perché non credo che il centro sia un qualcosa che si possa semplicemente aggiungere a una parte politica per completarla. In questi anni di bipolarismo ci siamo persi in dibattiti infiniti, dimenticando la lezione della stagione dell'Ulivo. In quel periodo i dirigenti ebbero l'intuizione di creare una coalizione larga non per una somma di sigle, ma per offrire una proposta di governo che i singoli partiti, da soli, non riuscivano a garantire. Il campo largo dovrebbe recuperare quell'intuizione: mettere insieme culture democratiche e costituzionali, movimenti, civismo e competenze, senza restare prigionieri dei recinti dei partiti attuali. Il vero rischio non è l'assenza di un centro geometrico, ma l'astensionismo: abbiamo accettato con rassegnazione che voti solo il 50% dei cittadini.
Quindi anche per lei c’è uno spazio elettorale ancora libero che il centrosinistra potrebbe ancora attrarre?
Assolutamente sì. C'è un'area vastissima di cittadini disillusi, allontanati e ormai disinteressati non solo alla politica in generale, ma specificamente all'attuale proposta del centrosinistra. Se non si ha la forza di coinvolgere nuovamente queste persone, ci si limita a prendere atto di chi c'è già, ma non è così che si costruisce una comunità o il futuro di un Paese.
Come giudica operazioni come quella di Onorato?
Faccio una premessa: i cittadini non aspettano nomi, aspettano un progetto. Se guardiamo alla storia, il centrosinistra ha vinto solo quando ha saputo offrire una visione di Paese condivisa, come accadde con Romano Prodi. Prodi non vinse per il suo nome in quanto tale, ma perché quel nome interpretava una visione riconoscibile. Quando quella visione manca, come nel 2022 o oggi, le alchimie sui nomi sono inutili. La politica non può limitarsi a tirare fuori dal cilindro un nome.
Ma nello specifico cosa ne pensa?
Trovo inopportuno che pezzi della coalizione vengano costruiti in laboratorio all'interno del campo largo per poi essere proposti all'esterno. È un approccio artificiale che non ha alcun appeal sugli elettori disillusi. Se mancano delle anime o delle tradizioni, queste devono avere la forza di farsi avanti autonomamente: non possono essere commissionate o telecomandate dal Pd o da altri. Il Pd stesso è nato per ricomprendere diverse famiglie, se non riesce più a farlo, deve riscoprire quella capacità internamente, non esternalizzarla.
C'è anche chi, come Calenda, sceglie la strada del “Terzo polo” in solitaria. Questa posizione la convince?
In un sistema che faticosamente cerca di essere bipolare, porsi fuori è ideologicamente comprensibile ma politicamente rischioso. Fare politica significa avere la generosità della sintesi. Se la pensassimo tutti allo stesso modo, saremmo un unico partito o vivremmo in un regime autoritario. La sintesi è faticosa. Chi si isola commette due errori: primo, nega la natura stessa della politica come arte del possibile; secondo, rischia di riconsegnare il Paese alla destra. Bisogna essere onesti con gli elettori: se non ambisci alla maggioranza stando solo, ti stai tenendo a disposizione per future coalizioni di unità nazionale? Oppure per concedere il tuo sostegno dopo il voto a una o all’altra coalizione? Va chiarito.
La manifestazione di Napoli, nelle intenzioni dei leader principali del campo largo, ha segnato l’avvio di una piattaforma programmatica comune. Crede sia davvero così?
Un programma è spesso una mera somma di provvedimenti che la realtà — si pensi alla pandemia, alla guerra in Ucraina o alla crisi in Iran — manda in soffitta in un mattino. La visione è invece la bussola, il perimetro che resta anche quando cambiano le condizioni.
E quale visione dovrebbe avere il centrosinistra secondo lei?
Penso che il centrosinistra debba riconoscersi in un perimetro facilmente comprensibile dai cittadini, che possano così sottoporre alla prova del nove qualunque provvedimento la classe politica intende proporre. E un perimetro sufficientemente comprensibile può essere quello dell'uguaglianza, che è troppo spesso declamata in senso improprio, ma è immediatamente applicabile a più ambiti: sicurezza, sanità, carceri, immigrazione, istruzione, leggi elettorali, pace, sviluppo economico. Ed è un richiamo diretto non tanto o non solo all’articolo 3 della Costituzione, ma soprattutto all'articolo 4 della Costituzione, che sancisce il dovere di ciascuno di concorrere al progresso del Paese. A questo si deve affiancare una nuova capacità di spesa. Per decenni abbiamo fatto politica “a piè di lista”, aumentando il debito pubblico. Le risorse in Italia ci sono. Quello che manca è un progetto di Paese che sappia come usarle per creare uguaglianza reale e non solo formale.
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