sabato 4 luglio 2020
Prima i tamponi, poi il trasbordo. Ancora senza porto i 52 soccorsi da un cargo bestiame
Migranti a bordo della Ocean Viking

Migranti a bordo della Ocean Viking - Flavio Gasperini / Sos Mediterranee

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Da lunedì i 180 migranti bloccati da giorni sulla Ocean Viking verranno trasferiti sulla nave quarantena Moby Zazà. Lo ha deciso il ministero dell’Interno dopo l’ispezione medica di ieri pomeriggio. Intanto resta incerta la destinazione per altri 52 migranti salvati dalla nave Talia, adibita al trasporto di bestiame, e ancora senza autorizzazione allo sbarco.

I medici inviati sulla Ocean Viking sono rimasti a bordo per quasi mezza giornata per valutare le condizioni delle persone che da una settimana sono bloccate a bordo della nave umanitaria di Sos Mediterranée, che ha atteso l’assegnazione di un porto di sbarco.

Ma è stata la Ocean Viking a preoccupare di più. L’imbarcazione venerdì aveva dichiarato lo stato d’emergenza e, prima che i sanitari la raggiungessero, le motovedette italiane erano in attesa del via libera al trasbordo di 40 persone, indicate come le più vulnerabili. Khosrow Mansour Sohani, medico specialista in Psicoterapia dell’Asp salito a bordo di Ocean Viking, ha detto che «la condizione generale è buona dal punto di vista medico; i migranti sono stanchi e impauriti, ciò per cui manifestano ansia è il pensiero di essere riportati in Libia». Adesso li attende altre due settimane in mare, ma il personale spiegherà che chi prima di loro è stato sulle navi quarantena è poi sbarcato in Italia e, a seconda dei casi, verranno destinati in altri Paesi Ue.

La relazione dei medici e la dichiarazione dell’Oim stato d’emergenza dovranno ora essere vagliati dalla magistratura. Il rischio, per la Ocean Viking, è quello di affrontare un lungo stop ne caso venissero disposte indagini che rendano necessaria la reperibilità dell’equipaggio.

Dall’epoca del ministro Salvini non si vedeva uno stop prolungato in alto mare a danno di 180 persone passate dai campi di tortura libici. Ancora una volta la disputa è tra Italia e Malta.

Un braccio di ferro che sta provocando un effetto perverso. La via più breve per guadagnare il territorio italiano resta quella degli arrivi spontanei, sfuggendo al pattugliamento delle motovedette e ai soccorsi delle ong per raggiungere le acque italiane senza essere respinti. Il rischio di traversate da oltre 500 chilometri è altissimo, ma il comportamento dei governi Ue sta incentivando i trafficanti a diversificare le tariffe: più alte per le partenze su barchini in legno e vetroresina, perché più resistenti, meno affollati e in grado di tentare la fortuna fino alle coste italiane. Venerdì, addirittura, un gruppo di 15 migranti è sbarcato da un motoscafo sulle spiagge dell’Agrigentino: si sono cambiati in un boschetto e si sono dileguati.

Sulla Ocean Viking due giorni fa un paio di ragazzi sono saltati in mare e sono stati recuperati dalla squadra di soccorso. Una mossa suicida, perché dalla nave non c’è possibilità di raggiungere a nuoto la terraferma. Altri tre uomini volevano buttarsi ma sono stati trattenuti dai migranti stessi. Azioni disperate a cui è seguito il tentativo di impiccarsi di un ragazzo.

«Non ci possono essere dubbi sulla responsabilità di consentire lo sbarco. Il diritto marittimo è chiaro: il salvataggio – ricorda una nota di Sos Mediterranée – è completo solo quando i sopravvissuti hanno raggiunto un luogo sicuro e tale luogo deve essere fornito dalle autorità marittime competenti». Ma è proprio su questa affermazione che Roma e La Valletta hanno fatto scaricabarile per giorni. Una delle 4 operazioni di soccorso del 25 e 30 giugno si è svolta nelle regioni di ricerca e soccorso sovrapposta italiana e maltese, le altre tre è avvenuta in quella maltese. Come già in passato Malta non intende cooperare. E l’Italia, come accaduto anche in occasione della “Strage di Pasquetta”, si rifiuta di confermare la propria responsabilità nonostante molti soccorsi avvengano più a ridosso del territorio italiano che non di quello maltese.

«La sicurezza dell’equipaggio e dei sopravvissuti – spiega la ong – è la nostra massima priorità in ogni fase delle nostre operazioni. Anche se abbiamo cercato un riparo dal peggioramento delle condizioni meteorologiche, non possiamo più garantire la sicurezza delle 180 persone che abbiamo salvato, alcune più di una settimana fa».

Anche dalla nave Talia trapela disagio e una certa irritazione dell’equipaggio per l’atteggiamento delle autorità. La centrale dei soccorsi di Malta, a quanto risulta, aveva promesso di trasbordare i naufraghi sulle navi delle Forze armate maltesi. Ma non è successo. Al contrario da La Valletta hanno chiesto al comandante di dirigersi in una posizione sempre nell’area di ricerca e soccorso maltese ma al confine con le acque italiane a Lampedusa. A questo punto il coordinamento delle operazioni marittime di Roma ha incaricato la Talia di spostarsi verso Malta, che ha negato al mercantile di entrare nelle sue acque territoriali. «Questa mancanza di cooperazione tra Stati – ribadisce Alarm Phone, il servizio di allerta civile nel Mediterraneo – è in completa violazione delle convenzioni internazionali, mette a rischio la vita e scoraggia le operazioni di salvataggio».

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