lunedì 19 febbraio 2018
«Il mondo ha bisogno di solidarietà. L’Italia ha bisogno di avvertire i vincoli che tengono insieme e non quelli che separano, e fanno guardare con diffidenza».
Il presidente Mattarella con il presidente di Sant'Egidio Marco Impagliazzo (Ufficio stampa/Ansa)

Il presidente Mattarella con il presidente di Sant'Egidio Marco Impagliazzo (Ufficio stampa/Ansa)

«Il mondo ha bisogno di solidarietà. L’Italia ha bisogno di avvertire i vincoli che tengono insieme e non quelli che separano, e fanno guardare con diffidenza e ostilità». Il Capo dello Stato ha fatto visita alla Comunità di Sant’Egidio in occasione dei 50 anni ed elogia il metodo «glocal» del movimento fondato da Andrea Riccardi. Premette di amare poco i termini stranieri, il capo dello Stato, ma in questo caso la definizione che ne dà la Treccani - e che cita - aiuta bene a spiegare il «metodo Sant’Egidio» di cui aveva parlato il presidente Marco Impagliazzo nell’introduzione. Mattarella si riferisce a quella «attitudine a occuparsi contemporaneamente della dimensione locale e mondiale». Alla capacità dimostrata negli anni di «occuparsi delle periferie interne e delle periferie del mondo». Un lavoro che merita un pensiero di «riconoscenza», per il contributo dato «con credibilità e autorevolezza» alla risoluzione di grandi controversie internazionali. Mattarella ricorda l’accordo per la pace in Mozambico, Paese devastato da 17 anni di guerra civile, «firmato a pochi metri da qui», ossia proprio nella sede trasteverina della Comunità. Perché, spiega il capo dello Stato, la povertà, così come la fruizione dei beni, «non è divisibile per territori. O tutti ne usufruiscono o nessuno».

Il capo dello Stato si rivolge ai dirigenti in prima fila - c’è lo storico Agostino Giovagnoli, alcuni hanno scelto la strada dell’impegno politico, come Mario Giro, Mario Marazziti e Milena Santerini - e ringrazia per quell’opera di «pedagogia civile» portata avanti in questi anni. Ma un saluto affettuoso lo rivolge prima di tutti a «don Vincenzo, chiedo scusa - sorride -, monsignor Vincenzo Paglia» e tramite lui saluta quel «gruppo di ragazzi» che il 7 fabbraio del 1968 si ritrovarono al liceo Virgilio di Roma attorno a uno studente diciottenne, Andrea Riccardi, «per riflettere sul Vangelo», come aveva ricordato Impagliazzo. Una storia lunga, che mette assieme l’impegno per i poveri - simbolicamente radunati ogni anno per il pranzo di Natale - e l’impegno per la pace, che quasi sempre è un bene negato proprio ai Paesi più poveri, verso i quali Sant’Egidio ha sviluppato il suo massimo impegno, presente com’è, oggi, in 27 paesi africani. Mattarella cita Dante («Poca favilla gran fiamma seconda») e la parabola evangelica del granello di senape.
Riccardi l’aveva definita una storia «di amicizia nata con il ’68 e il Vaticano II», nata all’insegna dell’«audacia», capace di dar vita, alla luce del Vangelo, a una «dimensione internazionale che a Roma ha saldamente le sue radici».

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