Schiavi nei campi. Latina, richiedenti asilo sfruttati insieme alle braccianti italiane


Antonio Maria Mira, inviato mercoledì 2 agosto 2017
La "risposta" di alcuni padroni alla sindacalizzazione dei Sikh: ospiti del Cas reclutati dai caporali per raccogliere cocomeri e meloni a pochi euro in nero
Latina, richiedenti asilo sfruttati insieme alle braccianti italiane

«Lavoro? C’è lavoro?». Il ragazzo africano ci ferma con queste parole. Quasi imploranti. Siamo a Borgo Sabotino, nelle campagne tra Latina e il mare. Sullo sfondo la vecchia centrale nucleare chiusa, attorno a noi l’intramontabile sfruttamento dell’uomo. Nei terreni lungo la strada che stiamo percorrendo, via Vergini Nuove, decine di africani stanno raccogliendo cocomeri sotto un sole implacabile. Lavoro pesante, lavoro in nero, sfruttati da imprenditori e caporali. Non tutelati. Malgrado il loro status di richiedenti asilo. Malgrado siano ospiti di un centro di accoglienza, finanziato dallo Stato. «Sono tuoi compagni?», gli chiediamo. «Sì, stiamo insieme al centro». Said, 18 anni, partito dal Senegal quando ne aveva 16 e sbarcato a Lampedusa, è ospite assieme un centinaio di altri giovani, di un Cas, lontano poche decine di metri, gestito dal consorzio Eriches 29, quello di Salvatore Buzzi, oggi guidato da amministratori giudiziari nominati dal Tribunale di Roma. E così ha potuto continuare ad operare nel settore dell’accoglienza ai migranti. Eppure malgrado questa gestione legale (la Eriches nel novembre 2016 ha ottenuto il 'Rating di legalità' dall’Autorità generale della concorrenza e del mercato) gli ospiti finiscono nelle mani degli sfruttatori. «Tutte le mattine vengono col camion a prenderci per portarci a lavorare», ci racconta ancora Said. E quanto pagano? «Poco, ma va bene così – ci risponde –. Se no tutto il giorno al centro a mangiare e dormire. Non va bene...». Ma oggi per il ragazzo il lavoro non c’è. E quegli occhi, che hanno già visto tanto in pochi anni, chiedono. Così qualche euro finisce nelle sue tasche. Ringrazia e si allontana zoppicando. Chissà se è un 'regalo' del suo lungo viaggio...


«Questi dovrebbero andare a scuola o in biblioteca, altri che a lavorare nei campi in nero!», commenta Marco Omizzolo, responsabile scientifico della cooperativa InMigrazione che ci accompagna nel nostro giro nelle campagne e che da anni segue le storie di sfruttamento, sostenendo i lavoratori immi-grati, in particolare quelli indiani della comunità Sikh, ben 30mila in tutta la provincia di Latina, in gran parte occupati in agricoltura. «I capitolati tecnici dei bandi per i centri di accoglienza per richiedenti asilo – ci spiega – prevedono una relazione sociale per ogni ospite, la scuola di italiano, attività di integrazione, non solo vitto e alloggio. Se non è cattiva accoglienza che spinge nell’illegalità». Infatti quella di Said non è l’unica storia. Ce lo conferma un altro ragazzo, questa volta in bicicletta, che incontriamo poco dopo sulla stessa strada. «Sì – dice – lavoriamo nei campi, è faticoso. Siamo in tanti a farlo. Ci pagano quattro euro l’ora (sarebbe più del doppio, ndr). Ma oggi il lavoro non c’è...». Altri invece l’hanno trovato o forse il loro caporale ha agganci migliori. Stanno raccogliendo melanzane. Vengono anche loro dal Cas? Non vogliono parlare, anzi si allontanano velocemente quando ci avviciniamo.

I campi sono della 'Rosefarms', azienda molto nota a Latina, il proprietario Quarto Rossi e la figlia Alessandra sono stati arrestati dieci giorni fa per sfruttamento dei lavoratori in una delle operazione nazionali della campagna 'Alto impatto' della Polizia. Prima sono finiti ai domiciliari, poi il gip ha revocato gli arresti concedendo ai due solo l’obbligo di firma, ma restano indagati per gli stessi reati e anche, come ci dice nell’intervista in pagina, il capo della Squadra mobile di Latina, Carmine Mosca, per aver ospitato i braccianti in container che si vedono be- nissimo in fondo ai campi dietro a delle lunghe serre. In questo caso si trattava di lavoratori indiani che, però, oggi non si vedono. Solo giovani africani. È la risposta di alcuni imprenditori scorretti alla sindacalizzazione dei Sikh, culminata il 18 aprile scorso col primo sciopero per chiedere il rispetto dei contratti e delle tabelle salariali, col sostegno della Flai Cgil e di InMigrazione. «Gli imprenditori – ci spiega ancora Omizzolo – hanno reagito sostituendo gli indiani coi richiedenti asilo africani e coi bengalesi, molto più sfruttati dai caporali». E c’è anche un 'ritorno', quello delle donne italiane che vengono dai paesi dei monti Lepini, alle spalle della pianura Pontina. «Donne di mezza età, che lavorano più 'in grigio' che 'in nero', accettando un parziale sfruttamento», aggiunge il volontario. Il risultato è che ora «lavoriamo meno oppure dobbiamo accettare le condizioni dei proprietari», è il commento di Gurmukh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio, da 26 anni in Italia, dal 1996 regolare. «Dopo lo sciopero ora abbiamo delle regole: se prima ci riconoscevano 8 giorni al mese ora sono saliti a venti, ma ci pagano solo 4 ore al giorno. Il resto in nero. Ma questo crea problemi per il permesso di soggiorno». E se non ci stai niente lavoro. Ma da lui non senti parole di astio per quelli che chiama «fratelli africani. Non ce l’abbiamo con loro, tutti dobbiamo lavorare ma bene. La colpa non è dei ragazzi africani ma dei padroni. Ci vogliono divisi così perdiamo tutti. Invece noi vogliamo aiutare i nostri fratelli, più volta ho provato a parlare con loro a spiegare». Intanto lo sfruttamento continua. Ci avviciniamo al Cas. L’ultimo campo coltivato è quasi di fronte. Una decina di giovani africani si passano faticosamente enormi cocomeri da caricare sul rimorchio di un trattore. «Tutti vedono, come è possibile non vedere? E quando tornano la sera sporchi di terra nessuno chiede dove sono stati?», commenta amaro Omizzolo.

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