mercoledì 2 novembre 2022
Un uomo rimprovera un bambino sfollato dal Donbass perché parla in russo. E monsignor Mokrzycki commenta: «La guerra ha avvelenato i cuori, che colpa ha la gente?»
L’arcivescovo latino Mieczyslaw Mokrzycki fra gli sfollati ucraini che parlano russo

L’arcivescovo latino Mieczyslaw Mokrzycki fra gli sfollati ucraini che parlano russo - Gambassi

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«Ehi bambino, perché parli russo? Non lo devi fare in Ucraina». Andriy guarda l’uomo di mezza età che lo ha appena rimproverato mentre chiacchierava per strada con un paio di amici. Arriccia la fronte. E risponde: «Sai, anche io sono ucraino ma sono nato in un territorio dove si parla russo. Vengo dal Donbass…». Non si scompone più di tanto il ragazzino di otto anni che vive nel “villaggio mobile” allestito in un angolo del parco Stryiskyi a Leopoli. È uno sfollato, con la mamma e due fratellini. La sua casa è uno dei prefabbricati che accolgono settanta famiglie fuggite dall’Est del Paese: un’unica stanza con i letti e una cucina. Il bagno in comune con tutto l’agglomerato. «La guerra ha avvelenato i cuori», spiega l’arcivescovo latino Mieczyslaw Mokrzycki mentre saluta Andriy.

Ogni giorno il “piccolo rifugiato”, insieme ai coetanei degli appartamenti-container, ha appuntamento alle due del pomeriggio con l’arcivescovo di Leopoli e con le suore. Davanti alla palazzina del presule. Una ventina di bambini in tutto. Qualche battuta. Una fetta di torta che anticipa la merenda. La cioccolata da portare in famiglia perché i soldi dei profughi sono così pochi da non potersi permettere neppure un dolce. «Come Chiesa cattolica latina in Ucraina dedicheremo il prossimo Anno pastorale alla misericordia: ratificheremo la decisione in questi giorni. E sa perché abbiamo scelto questo tema? Perché avvertiamo l’urgenza di purificarci dall’odio e dalla sete di vendetta», afferma l’arcivescovo d’origine polacca che è stato, prima, segretario aggiunto di Giovanni Paolo II e, poi, di Benedetto XVI. Sessantuno anni, guida dal 2018 la Chiesa di Leopoli ed è anche presidente della locale Conferenza episcopale.

L’arcivescovo latino Mieczyslaw Mokrzycki con alcuni sfollati accolti nel Centro diocesano 'Giovanni Paolo II' di Leopoli

L’arcivescovo latino Mieczyslaw Mokrzycki con alcuni sfollati accolti nel Centro diocesano "Giovanni Paolo II" di Leopoli - Gambassi

Eccellenza, oggi in Ucraina tutto ciò che è russo viene ritenuto “nemico”.

Si tratta di una reazione comprensibile. Lo considero un segno esterno di difesa e di protesta: difesa dall’aggressore che da otto mesi sta devastando il Paese e seminando morte, dolore, separazione; protesta per ribadire che nessuno qui vuole la guerra.

Ma la lingua russa è nel Dna di almeno la metà del popolo ucraino.

Vero. Basta guardare alla maggioranza dei rifugiati che arriva qui a Leopoli: parla russo, ma non per questo è meno ucraina. Anzi, in molti casi si hanno parenti e amici che combattono al fronte per la libertà del Paese. Ecco perché può essere pericoloso proibire la lingua russa, com’è stato deciso a livello nazionale. Significa marginalizzare una parte del Paese. Quando il governatore regionale ha visitato un nostro centro diocesano di accoglienza, si è sentito dire da uno dei profughi: «Noi qui a Leopoli stiamo benissimo e vi ringraziamo. Ma se usciamo per strada e ci sentono parlare russo, veniamo subito additati». L’Ucraina potrebbe prendere a modello la Svizzera, dove addirittura sono quattro le lingue ufficiali.

C’è anche la Chiesa ortodossa legata al patriarcato di Mosca che raccoglie la maggioranza dei cristiani ucraini.

Qualche passaggio di fedeli verso la Chiesa ortodossa autocefala si è registrato dopo l’inizio del conflitto. Ma quella russa rimane la “Chiesa della gente”, se così la possiamo definire. Di fronte alle parole del patriarca di Mosca, Kirill, che ha sposato la guerra di Putin, le comunità in Ucraina hanno preso le distanze. Eppure ci sono zone dove la Chiesa russa è stata messa al bando: nella regione di Ivano-Frankivsk è scomparsa; a Ternopil hanno vietato le liturgie pubbliche. Sono forse colpevoli i fedeli ucraini per l’invasione voluta dal Cremlino? Come ha evidenziato anche la nunziatura apostolica di Kiev, siamo contrari a ogni azione restrittiva che riguardi una comunità ecclesiale. Puntare il dito contro una lingua o una Chiesa può essere fonte di ulteriore dolore per il popolo e alimentare divisioni di cui l’Ucraina non ha bisogno.

Papa Francesco ha chiesto di aprire le trattative.

Siamo grati al Papa per i costanti interventi che tengono alta l’attenzione del mondo su questa folle guerra. Avverto, però, una certa sordità da parte del leader del Cremlino che continua ad avere come unico obiettivo la conquista dell’Ucraina.

Il Papa può avvicinare Putin e Zelensky?

Dietro il Papa non c’è solo la diplomazia vaticana, ma la forza della preghiera di tutta la Chiesa. E con la grazia di Dio può sempre avvenire il miracolo. Penso a Gorbaciov che ha chiuso l’era dell’Unione Sovietica. Il Papa è “Pietro dei nostri tempi” e grazie al suo carisma spirituale è in grado di contribuire a cambiare i cuori dei due presidenti e dei due Paesi.

I missili, però, continuano a cadere.

Una tregua è fondamentale. La guerra ha fatto perdere il sorriso alla gente: è sufficiente osservare i volti per strada. I lutti si moltiplicano. La povertà cresce perché si fatica a trovare il lavoro. Si ipotizza una nuova ondata di sfollati verso Leopoli, in fuga dalle bombe e dal freddo, soprattutto se mancheranno elettricità, gas e acqua a causa degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche che da giorni si stanno moltiplicando. A cinquanta chilometri da qui, a Brzozdowce, una nostra chiesa è stata danneggiata da un missile piombato sulla vicina stazione elettrica: sono state distrutte le finestre, il tetto e gli intonaci. Come comunità ecclesiale siamo già pronti a intervenire nell’emergenza. E da cristiani ci affidiamo all’arma della preghiera: abbiamo dedicato il mese di ottobre al Rosario per la pace, accompagnato dal digiuno.

In Italia si manifesta per la pace. Come si vedono dall’Ucraina i cortei?

Sono considerati segni di vicinanza e solidarietà al nostro Paese sotto attacco che desidera la fine delle ostilità. È un grido perché Putin si ravveda, non un sostegno a lui.

La gente ucraina vuole i negoziati?

Non penso sia pronta a un compromesso. Il popolo chiede giustizia e un’Ucraina che conservi tutti i suoi territori, compresa la Crimea. Per questo vogliamo riflettere sulla misericordia. È Cristo stesso che ci chiede di amare il nemico, il nostro aggressore. E di perdonare: lo ripetiamo ogni volta che diciamo il Padre nostro. Occorre educare all’amore senza confini che ci apre a una vita davvero libera.

L'arcivescovo latino di Leopoli con un gruppo di bambini sfollati

L'arcivescovo latino di Leopoli con un gruppo di bambini sfollati - Gambassi

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