Nei centri di accoglienza italiani i migranti che hanno subito torture restano senza cure

Percorsi frammentati, carenze nella mediazione culturale e una presa in carico sanitaria spesso insufficiente: un report fotografa le gravi criticità nell’attuazione del diritto alla riabilitazione previsto dalla Convenzione Onu
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June 3, 2026
Migranti al confine tra Libia e Tunisia
Migranti al confine tra Libia e Tunisia
Un’attuazione «profondamente carente», anche se il quadro normativo, almeno sulla carta, esisterebbe. Nei fatti l’Italia non rispetta gli obblighi giuridici previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, in vigore nel nostro ordinamento dal 1989, in particolare là dove si prevede il diritto alla riabilitazione di coloro che l’hanno subita. Non sono in pochi, soprattutto fra chi ha attraversato Libia, Tunisia o Rotta Balcanica nel proprio percorso migratorio. A rilevare le gravi lacune è un report appena pubblicato dalla Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (Resst, che riunisce enti pubblici, privati e Ong tra cui Caritas Roma, Msf, Medu e Naga), in collaborazione con Action Aid. Una persona ogni quattro, in media il 27% di chi migra senza regolare titolo di viaggio in giro per il mondo, avrebbe subito trattamenti degradanti o episodi di tortura, prima di partire o lungo il cammino, secondo stime dell’Onu di qualche anno fa. Ora, facendo una proporzione, le vittime di abusi o di vere e proprie torture potrebbero, dunque, essere oltre 17.000, calcolate sul totale dei nuovi arrivati in maniera irregolare in Italia nel solo 2025. Difficilmente, una volta entrati, si trovano opportunità di riabilitazione che diano sollievo dal peso dei propri traumi. È «molto raro» che emergano vulnerabilità oltre a quelle immediatamente osservabili, come lesioni fisiche evidenti. Carente, discontinua o proprio assente è la mediazione linguistico-culturale nei servizi sanitari generali. Le conseguenze sono anamnesi incomplete, invisibilità, incomprensioni su sintomi e terapie. Lo studio ha rivolto a circa 800 operatori attivi nei settori della salute e dell’accoglienza un questionario composto da 22 domande. A rispondere sono stati in 167. In Italia esistono Linee Guida sul tema elaborate dal Ministero della Salute nel 2017, che però sono scarsamente recepite dalle Regioni (formalmente da tre: Lazio, Toscana, Piemonte. Nelle Marche in maniera indiretta). Solo il 24,3% degli operatori intervistati ritiene che vengano regolarmente applicate. Il 6,5% pensa che non lo siano mai, il 48,6% che lo siano raramente. Esiste anche un Vademecum Vulnerabilità prodotto nel 2023 dal Ministero dell’Interno per la presa in carico entro il sistema di protezione e accoglienza, ma si tratta di raccomandazioni non vincolanti. La maggior parte delle Prefetture ha istituito un Tavolo Vulnerabilità, eppure «solo in pochi casi le procedure operative sono state sviluppate e mancano quasi del tutto approfondimenti specifici sulla tortura» (con l’eccezione della Prefettura di Palermo), spiega il report.
Nel 2024 è arrivato, poi, il nuovo Schema di Capitolato del Ministero dell’Interno per le gare d’appalto nella gestione dei centri di accoglienza. Nei Cas, cioè nelle strutture più diffuse per i richiedenti protezione internazionale, il nuovo Capitolato ha cancellato dal personale obbligatorio la figura dello psicologo. Nel sistema Sai, il più strutturato per accogliere le vittime di tortura (lo stesso legislatore lo designa per le situazioni vulnerabili) il numero di posti è, però, a tal punto insufficiente da avere «lasciato in strada» – stima lo studio di Resst - oltre 4.700 persone tra 2023 e 2025. Nei centri, i tempi teorici pro‑capite pro-die dei singoli servizi bastano solo per adempimenti formali o urgenze. In quelli più grandi (900 posti) l’operatore sociale ha in media circa 1 minuto e mezzo al giorno per persona; in quelli medi (300 posti) 1 minuto e 43 secondi. I rilievi del Garante Nazionale delle Persone private della Libertà personale confermano le carenze. Nel rapporto sull’hotspot di Taranto del 2023 il Garante osservava che la scheda sanitaria di accesso era generica e non prevedeva rilevazioni di segni di tortura. In quello sul Cpr di Milano, sempre nel 2023, la visita d’ingresso era descritta come generica, non centrata su salute mentale e segni di traumi. Proprio nei Cpr, dopo un ciclo di ispezioni tra settembre e dicembre del 2025, il Tavolo Asilo e Immigrazione ha rilevato che le certificazioni mediche per il trattenimento delle persone «si basano solitamente su modelli prestampati da compilare, (…) redatte in maniera inadeguata e/o superficiale» e che «le visite di idoneità vengono solitamente descritte come sbrigative, in assenza di mediazione culturale e in presenza delle forze dell’ordine». In generale, «forti criticità sistematiche» vengono registrate nella maggior parte del Paese, con l’eccezione di esperienze di équipe multidisciplinari e buone pratiche (a Milano, Roma, Trento, Toscana, Veneto, Emilia Romagna e Sicilia). Sul territorio, «gli interventi sono spesso realizzati attraverso reti informali costruite nel tempo con enti del terzo settore», aggiunge il report. «Il coinvolgimento dei servizi sanitari pubblici è spesso marginale o limitato ad aspetti amministrativi», segno che in Italia non c’è alcun reale sistema pubblico per una seria riabilitazione delle vittime di tortura».

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