“Morire di classe”, le foto di Cerati e Berengo Gardin alla Sapienza. Una storia che interpella il disagio di oggi
di Redazione
Fino all’8 luglio esposto nell'ateneo romano lo storico lavoro realizzato con Franco Basaglia che denunciò la situazione che si viveva nei manicomi. Le foto in dialogo con quelle di D’Alessandro, Mattioli, Butturini, Lucas e Depardon. Una riflessione sulla legge 180, una riforma ancora incompleta

Una pagina fondamentale della psichiatria e della storia sociale d’Italia. Una stagione passata che continua a interpellarci. La chiusura dei manicomi nel 1978, decisa con la legge 180 grazie alle intuizioni e alle battaglie di Franco Basaglia, non è ancora una riforma completamente attuata. Per disparità regionali, carenza di personale e investimenti, sotto al 3% del fondo sanitario, metà dell’obiettivo del 5%. Ma anche per il ritorno, sotto altre spoglie, di altre “istituzioni totali” analoghe ai manicomi, indebitamente delegate al contenimento detentivo e farmacologico. Come le carceri, dove molti sono i malati psichiatrici. O i Centri per il rimpatrio per i migranti, che dopo 18 mesi di detenzione amministrativa - senza alcuna attività ma con molti sedativi - rilasciano fino al 60% dei migranti irregolari senza averli potuti identificare. Tutto questo in un’Italia in cui il disagio psichico dei giovani sotto i 34 anni, ricorda l’Istat, si attesta al 19,5%. Un’epidemia silenziosa sostanzialmente ignorata dalle istituzioni.
E allora è di estrema attualità la mostra che l’Università La Sapienza di Roma ha voluto ospitare fino all’8 luglio, negli edifici del Rettorato. “Morire di classe - La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin”, promossa da Archivio Basaglia e Il Saggiatore (che ha ripubblicato nel 2024, centenario della nascita di Basaglia, l’ormai introvabile libro del 1969), offre una selezione di fotografie realizzate appunto da Carla Cerati e da Gianni Berengo Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma per il libro che ha prestato il titolo a questa esposizione itinerante tra gli atenei italiani. La mostra offre anche un’apprezzabile integrazione dei reportage che altri fotografi produssero sulla scia dei “pionieri” Cerati e Berengo Gardin.

Le immagini volute da Basaglia sono ritratti impietosi che nel 1969 rivelarono la cruda realtà dei manicomi, luoghi di contenzione e non di cura. Per malati mentali, ma anche poveri, emarginati, reietti e donne il cui comportamento veniva giudicato deviante rispetto alle norme sociali. Spazi degradati, camicie di forza, sguardi vuoti, letti di contenzione. Foto che hanno quasi 60 anni, ma attualissime, come sottolineato all’inaugurazione. Per Marco Benvenuti, presidente del Polo museale Sapienza Cultura, l'esposizione è una testimonianza «potente e necessaria» in questi tempi. E Laura Maria Michetti. coordinatrice della Sezione musei del Polo museale Sapienza cultura, sottolinea la «forza documentaria» delle fotografie di Cerati e Berengo Gardin «come memoria urgente per il presente».
La mostra è integrata anche dalle bacheche espositive curate dagli studenti in Storia dell’arte: documenti dell’epoca, prestiti bibliografici della fertile produzione scientifica di quegli anni, collegamenti alle “istituzioni totali” del presente. Particolarmente interessante il focus sugli altri “fotografi dei manicomi”, con una proiezione di immagini dagli anni ‘60 agli ‘80 di diversi autori: è l’epoca d’oro del fotogiornalismo, strumento di inchiesta e di controinformazione, in sintonia con le richieste di rinnovamento sociale e politico di quegli anni. Luciano D'Alessandro è il primo a realizzare un reportage organico all'interno di un manicomio, quello campano di Materdomini, pubblicato nel volume “Gli esclusi” (1969). Del 1973 è il lavoro di Paola Mattioli sulla mostra “Insieme” dell'Ospedale psichiatrico provinciale di Trieste, in cui espongono artisti triestini e pazienti. Poi c’è Uliano Lucas, che documenta il superamento delle istituzioni manicomiali negli anni ‘70. Nel 1988, nel bar dell'ex ospedale psichiatrico di Trieste, Lucas fotografa pazienti, operatori e visitatori, incrinando il confine tra normalità e follia. Gian Butturini nel 1977 pubblica “Tu interni... io libero”, sulla progressiva apertura dell'ospedale psichiatrico di Trieste. La radicalità della riforma italiana attira grandi nomi del fotogiornalismo estero, come il francese Raymond Depardon che fotografa gli ospedali psichiatrici di Arezzo, Collegno, Napoli, Torino e Venezia. Scatti che confluiranno nei volumi “San Clemente” (1984) e “Manicomio: La Folie Recluse” (2013).
La mostra "Morire di classe" è stata promossa dal Polo museale Sapienza cultura e dal Dipartimento Saras (Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo). Ingresso gratuito, dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 19 all’interno del MLAC (Museo laboratorio di arte contemporanea), sul retro dell’edificio del Rettorato della Sapienza, piazzale Aldo Moro.
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