Un bonus fino a 30mila euro: così la Sardegna ha deciso di premiare chi torna a casa

Il piano contro lo spopolamento della giunta regionale prevede incentivi per gli under40 che trasferiscono la residenza, ma resta il nodo della mancanza di lavoro stabile e di servizi diffusi sul territorio
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October 29, 2026
Un bonus fino a 30mila euro: così la Sardegna ha deciso di premiare chi torna a casa
La Sardegna sceglie di contrastare lo spopolamento con un bonus per i "cervelli di ritorno"
Bastano 30mila euro per tornare in Sardegna e costruirci un futuro? È la scommessa della Regione, che punta sugli incentivi per contrastare lo spopolamento, richiamare i giovani emigrati e attirare nuovi residenti, soprattutto nei piccoli paesi. Il bonus può aiutare a fare le valigie, ma la decisione di restare passa dal lavoro, dai trasporti, dalla possibilità di curarsi e mandare i figli a scuola.
Il contributo è di 20mila euro a fondo perduto per chi ha meno di quarant’anni e si trasferisce nell’isola per lavorare o fare impresa. La somma sale a 30mila euro per chi sceglie un comune con meno di cinquemila abitanti, dove il bisogno di nuovi residenti è più forte. La residenza dovrà essere trasferita entro sei mesi dall’ammissione al beneficio e mantenuta per almeno cinque anni. Tra le priorità figurano il ritorno degli emigrati, i progetti lavorativi e imprenditoriali e il trasferimento delle famiglie.
Si resta dunque «giovani», ai fini della misura, fino alla soglia dei quarant’anni. Una definizione che non dovrebbe farci considerare normale un’autonomia economica e familiare conquistata così tardi. Il contesto demografico rende urgente la questione: nel 2025, secondo le stime provvisorie dell’Istat, la Sardegna ha registrato appena 0,85 figli per donna, il valore più basso fra le regioni italiane, mentre la popolazione è diminuita del 5,1 per mille.
Per la presidente Alessandra Todde, l’approvazione dei criteri segna un passaggio decisivo. Il prossimo sarà l’avviso pubblico per le domande. «Perché partire deve sempre essere una possibilità, ma tornare deve diventare una scelta possibile», afferma. La dotazione è di 56 milioni di euro nel triennio 2026-2028: 8 milioni per il primo anno sperimentale e 24 per ciascuno dei due successivi. Destinando interamente agli assegni le risorse del 2026, si potrebbero finanziare 400 contributi da 20mila euro oppure 266 da 30mila: una capienza teorica, non una previsione dei rientri.
Il confronto si sposta quindi su ciò che i territori possono offrire dopo il trasferimento. Nell’interno, la distanza dai servizi rende decisivi i collegamenti per curarsi, studiare e lavorare. È con questa geografia che dovrà misurarsi la promessa di ripopolare i piccoli centri.
Su questo insiste l’opposizione. «Lo spopolamento si contrasta investendo sul futuro dei nostri territori, non con un bonus per chi trasferisce la residenza», sostiene Aldo Salaris, consigliere regionale dei Riformatori sardi. «Bisogna rafforzare la sanità, superare la stagionalità del turismo, sostenere le imprese e attrarre investimenti per creare lavoro stabile». E domanda: «Perché un giovane dovrebbe venire in Sardegna se mancano lavoro e servizi?».
La distinzione tra attrarre nuovi residenti e riuscire a trattenerli è anche il punto dal quale parte Luisa Salaris, docente di Demografia all’Università di Cagliari. La studiosa giudica positivamente gli incentivi, perché possono rendere più sostenibile la scelta del trasferimento, soprattutto nei piccoli comuni. Ma ne precisa il limite: «Un contributo economico, per quanto significativo, può incentivare una scelta iniziale, ma difficilmente può garantire da solo un progetto di vita stabile». Lo spopolamento, ricorda, è un fenomeno strutturale, alimentato anche dalla denatalità e dall’invecchiamento: richiede politiche per il lavoro e l’accesso a sanità, istruzione e mobilità.
Per molti destinatari, inoltre, il trasferimento coincide con una fase in cui si progetta una famiglia o si hanno già figli. «La disponibilità di servizi per l’infanzia e di misure di sostegno alla conciliazione tra lavoro e famiglia diventa quindi determinante nella scelta di stabilirsi e rimanere in un territorio. Condizioni che devono essere assicurate anche ai giovani già residenti, perché possano costruire il proprio futuro nella loro terra. L’efficacia del piano andrà perciò verificata nel tempo» conclude la demografa.
La scommessa sarà vinta se, scaduti i cinque anni, chi è arrivato avrà buone ragioni per restare e chi vive già nell’isola ne avrà meno per partire.
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