Il rischio di una manovra lacrime e sangue: ecco cosa divide oggi Roma da Bruxelles

di Marco Iasevoli, Gabriele Rosana
Il governo Meloni ha inviato a Ursula von der Leyen una lettera cofirmata con il premier ceco Babis, e d'intesa con la Grecia, per allentare il Patto di stabilità e scomputare gli aumenti sulla spesa pubblica. Il desiderio di usare l'extragettito Iva, i nodi su difesa ed energia e la risposta della Commissione sulla «flessibilità» che c'è già
Google preferred source
October 2, 2026
Il rischio di una manovra lacrime e sangue: ecco cosa divide oggi Roma da Bruxelles
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni durante un recente vertice europeo
La parola magica è «spesa primaria netta», il pilastro del rinnovato Patto di stabilità. Giorgia Meloni punta dritto lì, a quel numerone magico che determina se un Paese membro è in regola o meno dal punto di vista finanziario. Le regole che determinano quel numerone vanno allentate, a parere della premier, per finanziare le misure straordinarie e temporanee capaci di ridurre il peso dei rincari energetici e dell’inflazione. Il succo della lettera spedita da Meloni a Von der Leyen è in questa richiesta. La missiva parte a sera, cofirmata insieme alla Repubblica Ceca di Andrej Babis, dopo una riunione di Governo e maggioranza a Palazzo Chigi ai massimi livelli, alla vigilia dell’approvazione in Consiglio dei ministri del Documento programmatico di finanza pubblica. E arriva a margine di una giornata in cui lo spread tocca quota 118 punti, confermando il possibile inizio di una cavalcata più che preoccupante. Non solo: Meloni invia la sua lettera alla presidente della Commissione Europea a maggior ragione dopo aver ricevuto, in giornata, segnali negativi da Bruxelles.
Alla «cara Ursula» Giorgia Meloni elenca il più 156% del gas e il più 80% del petrolio rispetto a inizio anno, il record dell’inflazione a settembre, il grido di dolore di imprese che non riescono più a competere. A regole invariate, l’Italia rischia una manovra lacrime e sangue. «In questo contesto - scrive Meloni -, i percorsi di spesa netta concordati lasciano margini limitati per attenuare l'impatto su famiglie e imprese senza ricorrere a misure restrittive». Una risorsa ci sarebbe, dice Meloni, ovvero «l’aumento a breve termine delle entrate fiscali indirette derivante dall'inflazione più elevata». Ma è un tesoretto che, per le regole europee, ricorda la stessa Meloni, «non può essere utilizzato per finanziare misure di sostegno fiscale compensative», a meno che lo Stato non goda di buona salute finanziaria, e non è il caso dell’Italia.
Per entrate fiscali indirette si intende l’Iva, che strabocca in tempi d’inflazione. Se Roma le utilizzasse unilateralmente, si tratterebbe di una «variazione discrezionale delle entrate», regola che Roma ha sottoscritto e non rigetta, poiché è finalizzata alla solidità dei conti pubblici. Ma diverso sarebbe se fosse Bruxelles a offrire una deroga, o meglio una linea interpretativa soft e temporanea. «Dovremmo comunque cercare il modo di utilizzare almeno una parte delle entrate aggiuntive per attenuare l'aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato», è la prima richiesta di Meloni.
Ce n’è una seconda, che viene fuori dalla lettera a Von der Leyen. «Il tetto massimo alla crescita della spesa netta è fissato in termini nominali», spiega Meloni, cioè non tiene conto dell’impatto dell’inflazione su prestazioni pubbliche essenziali come le pensioni. Lo Stato spenderà di più e non “per colpe proprie”, questi esborsi aggiuntivi potrebbero, secondo Roma, essere parzialmente scomputati dal criterio della spesa primaria netta. Girate le carte, Roma chiede di tenere conto di questi «fattori rilevanti» nella «valutazione ex ante» del progetto di Legge di bilancio. Insomma l’Italia vuole impostare la manovra avendo chiaro se può disporre di risorse emergenziali. Una «questione urgente che non può più essere rimandata», chiude Meloni spingendo perché già nella prossima riunione dell'Ecofin si arrivi a una quadra.
Bruxelles al momento tiene il freno. «La flessibilità c’è già», è stata la prima reazione, ieri, quando la lettera ancora non era giunta. E fungeva da scudo proprio alla nuova imminente offensiva dell’Italia per ottenere maggiori margini di intervento pubblico. Insieme a Roma, in prima linea, ci sono Praga, come detto, e Atene. Ma il Governo italiano punta a un appoggio più ampio, a partire da Parigi. «Abbiamo già riconosciuto più flessibilità», ha detto la portavoce della Commissione europea Paula Pinho, interpellata proprio sull’iniziativa di Meloni e su quella, simile, di Kyriakos Mitsotakis. Il riferimento di Bruxelles è alla National escape clause (Nec), cioè la clausola nazionale di salvaguardia che i Paesi Ue possono attivare per aumentare la spesa militare senza incorrere nei rigidi paletti del Patto di stabilità, lasciando ai governi un margine aggiuntivo fino all’1,5% del Pil. Su iniziativa italiana, l’esecutivo Ue ha poi ammesso che, al suo interno, lo 0,3% all’anno possa essere “ritagliato” per l’energia (con un limite massimo cumulativo dello 0,6% sul triennio 2026-2028, cioè circa 14 miliardi di euro per l’Italia). Finora, solo due governi però (Italia e Grecia, per l’appunto) hanno attivato il salvacondotto energetico (l’approvazione è ancora pendente). E basta questo dato, a Bruxelles, a far sollevare più di un sopracciglio di fronte al rilancio di Roma davanti al quale i frugali del Nord Europa potrebbero alzare un muro. Ma proprio Mitsotakis ha indicato in modo chiaro quello spiraglio che Meloni ha avanzato in modo più felpato: serve «valutare la possibilità di escludere dall’indicatore della spesa netta, entro certi limiti, le misure temporanee» anti-rincari, «tenendo conto anche delle entrate aggiuntive derivanti dall’Iva per via dell’aumento imprevisto dell’inflazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire