Il no dei vescovi campani al Cpr di Castel Volturno. «Un territorio già mortificato più volte»
Un bando di Invitalia prevede un centro per il rimpatrio da 120 persone, in un'area ad alto valore naturalistico. Dall'arcivescovo Lagnese al cardinale Battaglia, fino alla Conferenza episcopale regionale messaggio chiaro al governo: «Non resteremo in silenzio»

«Un’offesa per il territorio», un «aberrante criterio ideologico», un’iniziativa che «ferisce la dignità di tutti noi e soprattutto di quanti sono posti in una condizione di particolare vulnerabilità e abbandono». Sono le durissime parole con le quali monsignor Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta, commenta la decisione del ministero dell’Interno di realizzare un Cpr, Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno, luogo - accusa - di «degrado materiale e psicologico».
Si tratta di una struttura per la quale è appena stato pubblicato il bando di Invitalia: ospiterà 120 persone, con un costo di più di 43 milioni di euro. L’area prescelta, ben 63 ettari, è denominata “Parco umido La Piana” ed è una zona di alto valore naturalistico, attualmente gestita dal reparto Carabinieri Biodiversità di Caserta, in collaborazione con associazioni naturaliste per attività di studio sulla fauna delle zone umide. Vi sono due laghetti, sentieri e capanni di osservazione degli uccelli. Tutto questo dovrebbe lasciare il posto alla struttura di “detenzione” per migranti. Una decisione, scrive Lagnese in un comunicato, che «mi addolora profondamente. Ritengo infatti - spiega - tale operazione un’offesa per il territorio del Litorale Domitio, molte volte mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate, e già da tempo marchiato dallo stigma del pregiudizio negativo, ove è presente un’alta concentrazione di immigrati». Ricordiamo che Castel Volturno è una sorta di “piccola Africa” dove vivono più di 10mila immigrati, a fronte di 20mila italiani, simbolo di degrado e sfruttamento, di emarginazione e criminalità, come emerse con violenza il 18 settembre 2008, con la “strage di San Gennaro”: sei africani uccisi dal gruppo camorrista stragista guidato da Giuseppe Setola. Seguirono proteste anche violente dei migranti e, dopo, progetti, finanziamenti, commissari all’emergenza immigrati (funzione attualmente svolta dal prefetto di Caserta).
Da allora molto poco è cambiato e quel poco è soprattutto ad opera della Chiesa e del Terzo settore. Ora proprio qui si propone di realizzare un Cpr. Per l’arcivescovo una struttura inutile. Ricorda che la capienza effettivamente disponibile sui 10 Cpr presenti sul territorio nazionale è di 672 posti, mentre le presenze effettive sono pari a 546 persone. «Perché allora aprire, con dispendio di denaro pubblico, un nuovo Cpr, quando quelli esistenti ospitano un numero inferiore a quello consentito? E perché aprirlo proprio a Castel Volturno, una città che da anni prova, grazie all’impegno di tanti, a sperimentarsi come laboratorio d’integrazione, riscattando un’immagine che la dipinge luogo di degrado sociale e ambientale?».
Anche la Conferenza episcopale regionale presieduta da monsignor Antonio Di Donna è intervenuta. I vescovi della Campania «si associano alle voci di quanti stanno in queste ore esprimendo le loro profonde preoccupazioni, e ribadiscono con forza che né quella terra né l'intera regione possono essere continuamente mortificati per trovare soluzione ai problemi». Secondo la Chiesa campana, «si tratta di una decisione che rischia di aggravare la situazione di territori già fragili dal punto di vista economico e sociale, minando la stessa dignità dei migranti, che invece dovrebbe diventare criterio, nelle scelte politiche, per ogni comunità. Dentro la logica dello scarto, invece, crescono inevitabilmente la marginalità e il pericolo di nuovi luoghi di esclusione». Anche il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha sottolineato che il progetto del Cpr a Castel Volturno «non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno. È una scelta che rischia di aggravare fragilità già evidenti, concentrando marginalità proprio dove, invece, servono investimenti, servizi, lavoro e prospettive concrete di futuro».
Proprio in questa zona, in particolare il Centro Fernandes, attivo dal 1996, offre accoglienza e servizi ai migranti, così come le cooperative sociali che gestiscono beni confiscati alla camorra e l’associazione antiracket. Lagnese ha criticato con forza anche lo strumento in sé del Cpr: «Non posso che dare un giudizio critico e manifestare il mio dissenso nei confronti di una narrazione che, di fatto, assimila la condizione irregolare dei migranti alla criminalità. L’atto di privare della libertà persone che non hanno commesso reati e che hanno come unica colpa quella di aver lasciato la propria terra a causa di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, guerre e persecuzioni, ferisce la dignità di tutti noi e soprattutto di quanti sono posti in una condizione di particolare vulnerabilità e abbandono». Certo, sottolinea il vescovo, «è giusto e doveroso garantire la sicurezza del territorio del nostro Paese, priorità di ogni governo nazionale», ma senza «introdurre un aberrante criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come parametro di verità». Per questo conclude annunciando per lunedì una conferenza stampa. Ma ribadisce la contrarietà alla scelta del governo: «Le Chiese di Capua e Caserta difenderanno con forza il rispetto della dignità di ogni essere umano, perché tali sono questi nostri fratelli che arrivano in Italia. Non resteremo in silenzio e non accetteremo che a Castel Volturno si ripetano le condizioni di degrado materiale e psicologico in cui oggi versano centinaia di migranti reclusi nei 10 Cpr già funzionanti in Italia. Invito le istituzioni nazionali e locali a riflettere».
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