I laureati trovano prima lavoro (ma gli stipendi restano bassi)

Il XXVIII Rapporto Almalaurea fotografa la situazione rispetto alla coerenza tra percorso di studi e livello occupazionale
Google preferred source
June 11, 2026
I laureati trovano prima lavoro (ma gli stipendi restano bassi)
Studenti nel chiostro dell'Università Cattolica di Milano/ IMAGOECONOMICA
Cercano un lavoro ma non uno “qualsiasi” (e che lasci spazio anche al tempo libero) e non accettano stipendi non adeguati al livello di studio raggiunto. I laureati italiani sono diventati sempre più attenti e selettivi e si approcciano al mercato del lavoro con occhi ben aperti e spirito critico. Un atteggiamento che, però, non sempre è garanzia di successo, come dimostrano i dati del XXVIII Rapporto Almalaurea su Laurea e Occupazione, presentato giovedì a Matera, all’Università della Basilicata. Due gli aspetti presi in considerazione dall’analisi: per i Percorsi di laurea, quasi 335mila persone laureate nel 2025 in 81 atenei aderenti al Consorzio; per gli Esiti occupazionali della laurea, quasi 700mila persone laureate di primo e secondo livello, intervistate a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo.
Le principali caratteristiche dei laureati italiani riguardano, in prima battuta, la regolarità dei percorsi di studio: il 60,4% ha conseguito il titolo in corso. Il 10,2% ha, inoltre, effettuato esperienze di studio all’estero e il 60,9% tirocini curricolari. Infine, a dimostrazione dell’efficacia dei percorsi proposti dalle università, il 72,1% dei laureati intervistati, se tornasse indietro, si iscriverebbe di nuovo allo stesso corso nella medesima università.
Ancora una volta, inoltre, le donne si confermano la maggioranza delle persone laureate, rappresentando il 59,6% di chi ha conseguito il titolo nel 2025. «Permane però il forte squilibrio nelle discipline Stem – si legge nel Rapporto - dove la componente femminile si è fermata al 40,5%, quota stabile da dieci anni». C’è anche un altro ambito in cui le donne sono svantaggiate: quello della probabilità di trovare un lavoro e stipendio adeguati. «A parità di condizioni, gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese», ricorda l’analisi di Almalaurea.
I divari riguardano anche le origini sociali e il territorio di provenienza. Sul primo aspetto, l’università continua ad attrarre studenti da contesti relativamente più favoriti: la quota di chi ha almeno un genitore laureato è salita al 34,7% (dal 28,5% del 2015) e tocca il 46,3% tra le persone laureate nei corsi magistrali a ciclo unico. «Un dato che conferma la persistente disuguaglianza nell’accesso all’istruzione terziaria – prosegue il Rapporto - in un Paese che resta in fondo alle classifiche europee per quota di persone laureate tra i 25-34enni (31,1%)». Rispetto ai divari territoriali, lo studio rileva che «chi risiede al Nord ha avuto il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno, divario che sale al 55,9% considerando l’area dell’ateneo. Sul piano retributivo, chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno».
Venendo, dunque, agli esiti occupazionali di 700mila laureati di primo e secondo livello, il quadro è in «generale miglioramento». A un anno dal titolo il tasso di occupazione ha raggiunto l’81,2% tra chi ha conseguito una laurea di primo livello e l’80,8% nel secondo livello (rispettivamente +2,6 e +2,2 punti percentuali rispetto alla rilevazione precedente). A cinque anni dalla laurea l’occupazione ha sfiorato o superato il 90%, toccando il 91,7% nel primo livello e il 94,4% nel secondo. Parallelamente, il tasso di disoccupazione a un anno è sceso al 9,2% nel primo livello e al 9,3% nel secondo. A cinque anni dal titolo la disoccupazione è scesa fino al 2,6%. Abbastanza diffuso lo smart working, elemento che dà equilibrio al rapporto tra tempo di lavoro e tempo dedicato alla famiglia. A un anno dal titolo coinvolge il 17,1% di chi ha una laurea di primo livello e sale al 32% tra i laureati di secondo livello, con valori ancora più elevati a cinque anni dalla laurea (fino al 37,6% nel secondo livello). Permane, infine, un certo disallineamento tra studi e lavoro: la quota di chi, nel proprio impiego, utilizza poco le competenze acquisite all’università e svolge un’attività per cui il titolo non è formalmente richiesto: a un anno dal titolo riguarda il 39,4% di chi ha una laurea di primo livello e il 32,5% del secondo livello, e a cinque anni resta stabile nel primo livello (39,2%) mentre scende al 25% nel secondo.
Cattive notizie anche sul fronte degli stipendi. A un anno dalla laurea, evidenzia il Rapporto, la retribuzione mensile netta si è attestata in media a 1.491 euro nel primo livello e a 1.495 euro nel secondo; al netto dell’inflazione, le retribuzioni reali sono, dunque, risultate in lieve calo (-1,4% e -0,9%). Il divario si recupera con il tempo: a cinque anni dal titolo si è saliti a 1.796 euro (primo livello) e 1.903 euro (secondo livello).
«il Rapporto AlmaLaurea 2026 su laurea e occupazione segnala un dato che già da qualche anno è alla nostra attenzione: lo sguardo di laureate e laureati sul lavoro è uno sguardo attento e selettivo, e ha precise direzioni sul piano valoriale – osserva la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo -. Non sono più solo carriera e guadagno a contare: hanno acquisito rilevanza sempre maggiore aspetti connessi alla qualità del posto di lavoro un tempo ritenuti secondari, come il tempo libero — il tempo per sé stessi —, la flessibilità dell’orario di lavoro, la qualità delle relazioni con i colleghi, l’essere partecipi di processi lavorativi che generano utilità sociale. Laureate e laureati ci trasmettono un messaggio preciso : hanno da dirci qualcosa di importante sulla qualità dei posti di lavoro. A loro dobbiamo, tanto per cominciare, l’attenzione dell’ascolto».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire