Floriana e gli altri, più forti della dislessia. «Bocciata in seconda elementare, ora ho 21 brevetti»

In occasione della Giornata Mondiale, l'Associazione italiana dislessia promuove un racconto collettivo sui propri canali social
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October 8, 2026
Floriana e gli altri, più forti della dislessia. «Bocciata in seconda elementare, ora ho 21 brevetti»
Da sinistra: Floriana Filomena Ferrara, Silvia Lanzafame e Davide Perino
Maria ha imparato a «leggere con le orecchie» perché è una bambina dislessica. A 9 anni ha saputo di essere anche disortografica e discalculica, ma non ne ha fatto un dramma. «La dislessia è la mia caratteristica più bella», racconta con tutta la dolcezza del mondo. E si sente che è convinta, perché subito dopo aggiunge: «Se non avessi tutte queste caratteristiche, non sarei la bimba che sono ora». Maria è una delle tantissime voci raccolte dall’Associazione italiana dislessia (Aid), che per la Giornata Mondiale di sensibilizzazione sul tema, che cade oggi, ha organizzato una maratona audio di 24 ore sui propri canali social. Una sequenza ininterrotta di racconti provenienti da tutta Italia, registrati da persone con Dsa (Disturbi specifici dell’apprendimento) e dalle loro famiglie.
«All’inizio non sapevo di avere tutte queste caratteristiche. Pensavo di avere dei problemi, ma non me li spiegavo», continua a raccontare Maria. A cui piace «leggere tanti libri, ballare e studiare la matematica».
«Nel frattempo ho dovuto cambiare classe perché le maestre non avevano capito la bambina preziosa che sono», aggiunge. Soltanto in seconda elementare, Maria ha avuto la diagnosi e ha trovato «le maestre del mio cuore che mi hanno aiutato a superare queste difficoltà».
A scuola utilizza «uno strumento potentissimo, il tablet. Lo uso per studiare le materie che mi piacciono e per leggere con le orecchie grazie agli audiolibri e non spreco tanta benzina e non ci metto tante ore come succedeva l’anno scorso. Questo mi permette di dedicarmi anche un po’ alle cose che mi fanno stare bene come la danza e stare anche un po’ con mia sorella per giocare insieme», aggiunge Maria. Che è «fiera di portare i miei occhialetti blu come portachiavi del mio astuccio» e vorrebbe dire «a tutti i bambini che si trovano nella mia situazione che la dislessia non è un problema, ma è una caratteristica che ti fa volare alto».
Non sempre, però, seguendo un percorso lineare e non senza cadute. È successo a Floriana Filomena Ferrara, bocciata in seconda elementare e oggi Master Inventor Ibm con 21 brevetti nel digitale. «Oltre a bocciarmi, quel maestro mi disse che ero una bambina poco intelligente e che non sarei andata oltre la quinta elementare», racconta Ferrara. La svolta avviene dopo, quando Floriana incontra un altro insegnante, che le dice: «I tuoi occhi brillano. Vedo una bella testolina dietro a quegli occhi. Ti farò tornare il sorriso». Per questa ragazzina è la svolta, sia a scuola che, anni dopo, sul lavoro. «Quando ero piccola ero dispiaciuta di essere dislessica – aggiunge Ferrara –. Ora sono sicura che, se non fossi stata dislessica, non sarei la donna e la professionista che sono».
Davide Perino è ricorso alla “magia” per superare l’ostacolo della dislessia. Da quando aveva 5 anni fa il doppiatore, mestiere che la sua famiglia porta avanti da quattro generazioni. «Come quando ero piccolo – racconta – ancora oggi seguo il copione col dito, faccio dei piccoli segni che mi aiutano a seguire il testo, delle freccette, delle parentesi rovesciate. È la mia magia, il mio segreto fino ad oggi», aggiunge Perino. Che si è diplomato a 24 anni, quando i suoi amici si laureavano. «Ma ce l’ho fatta», esulta. Lanciando un avviso ai tanti bambini e ragazzi che si trovano nella sua condizione di allora: «Chiedi anche tu il copione, non ti devi massacrare».
Giacomo Cutrera, invece, ha potuto dare un nome alle proprie fatiche soltanto alle superiori. A 14 anni ha saputo di essere dislessico e ha potuto finalmente ottenere di essere giudicato «con la bilancia tarata al punto giusto». Fino ad allora, il suo percorso scolastico era stato caratterizzato da giudizi falsati dal mancato riconoscimento della sua condizione di studente con Dsa.
«Era come se ci fosse tra quello che io sapevo e la valutazione che ottenevo una sorta di filtro e di conseguenza i miei voti venivano pesantemente abbattuti da questa cosa», ricorda Giacomo.
Anche alle superiori, pur in presenza di una diagnosi d dislessia «il problema di fondo è che avevo davanti delle persone che comunque consideravano il darmi del tempo in più o darmi degli strumenti compensativi come una sorta di favore – prosegue Cutrera –. Mi guardavano con un certo sospetto e ho dovuto parlare con ogni singolo professore cercando di spiegare loro come funzionava davvero la dislessia». Alla fine hanno capito che «tener conto degli strumenti compensativi non è un favore, non è un regalo, è semplicemente il modo corretto di valutare».
Essere dislessici non rende necessariamente migliori o peggiori degli altri. «La dislessia è solo un altro modo di vedere il mondo, non necessariamente migliore, non peggiore, semplicemente diverso e merita di essere conosciuto tutto intero», sintetizza Luca Grandi, direttore di Aid e a sua volta dislessico. «Essere dislessici non rende più creativi, più intelligenti o più brillanti per definizione, ma credo che ci autorizzi a porci una domanda diversa: non soltanto che cosa non riesce a fare questa persona come gli altri, ma anche come funziona questa persona, dove investe le sue risorse, quali strategie ha sviluppato, quali abilità sono cresciute proprio perché altre strade erano meno immediate», sintetizza Grandi.
«La dislessia – conclude il direttore di Aid – può comportare fatica, a volte molta fatica, può lasciare segni, soprattutto quando viene riconosciuta tardi o quando intorno a noi troviamo persone che scambiano una difficoltà per una mancanza di capacità, ma può anche costringerci a conoscerci meglio, a capire come impariamo, a inventare strategie, a smettere, prima o poi, di inseguire il modo degli altri e a trovare il nostro».
Anche Silvia Lanzafame, ex-presidente dell’Aid, ha scoperto tardi di essere dislessica. «Ho avuto la diagnosi a 19 anni», racconta. «E lì ho preso coscienza di me. Ho compreso che per tanti anni mi ero sentita veramente incapace, fuori luogo, pensando che non sarei mai riuscita a fare le cose come gli altri».
Da quel momento, invece, Silvia capisce che «era la mia mente il mio nemico e dovevo trovare una strategia per fare in modo che questa non mi facesse troppo spesso lo sgambetto. Lì è stato il momento in cui mi sono conosciuta ho capito chi ero».
Soprattutto, ha capito di non essere lei il problema. «Ognuno può essere una grande risorsa – aggiunge l’ex-presidente di Aid –. Ma è necessario riuscire a capirsi a vedere le proprie sfaccettature e cercare di non vedere sempre il negativo che tante volte purtroppo gli altri ci portano a vedere. La speranza è quella di trovare persone nel mondo della scuola, in famiglia, ma anche nel mondo del lavoro, nelle varie sfaccettature di crescita, che ci aiutano a comprendere quali possono essere le nostre potenzialità. È davvero importante sapere chi siamo – conclude Lanzafame – per non camminare nel buio, generando ulteriore malessere».

«Più conoscenza per la piena inclusione»

«Per troppo tempo i Dsa sono stati raccontati soprattutto da chi li osservava dall’esterno: specialisti, insegnanti, istituzioni. Voci fondamentali che, però, non possono sostituirsi a quelle delle persone che questa esperienza la vivono ogni giorno». Questa la ragione che ha spinto l’Associazione italiana dislessia a promuovere “Dsa ad alta voce”, racconto collettivo delle fatiche, ma anche delle soddisfazioni, che le persone con Dsa incontrano ogni giorno. Una maratona di 24 ore che oggi, in occasione della Giornata mondiale, andrà in onda sul canale Youtube di Aid. «È importante ascoltare le storie e capire come ogni storia è una ricchezza di esperienza e soluzioni o, ancora, come questa storia poi si realizza nella vita di ognuno», spiega la presidente dell’Aid, Lucia Iacopini.
Lucia Iacopini, presidente dell'Aid
Lucia Iacopini, presidente dell'Aid
Quando si parla di Dsa e, in particolare, della dislessia, si fa quasi sempre riferimento esclusivamente all’ambito scolastico ai bambini, ai ragazzi, adolescenti e giovani. Però c’è anche il Dsa adulto. Che cosa vuol dire per una persona adulta con Dsa inserirsi nel mondo del lavoro dovendo far fronte a una difficoltà di questo tipo?
In generale l’adulto con Dsa che ha fatto tutto il percorso scolastico e ha raggiunto una buona consapevolezza, sceglie comunque un ambito lavorativo che impatta meno su quello che è il tipo di difficoltà che presenta. Un discalculico non andrà a fare il ragioniere, per esempio. Sempre che questa persona possa scegliere. In generale, c’è tutto un lavoro che noi come Associazione stiamo facendo da diversi anni con il mondo delle aziende. Abbiamo un comitato “Dsa e lavoro” che si occupa proprio di questo, sia dal punto di vista della ricerca che dal punto di vista della collaborazione con le imprese. Stiamo incontrando e collaborando con aziende anche molto grandi che vogliono capire come valorizzare le potenzialità dei loro dipendenti con questa caratteristica. Ci sono anche storie di successo, come quella di Andrea Delogu, che è una nostra testimonial. Persone che nel mondo del lavoro hanno avuto modo di esprimere al meglio le loro potenzialità.
In generale, il mondo del lavoro è pronto ad aprirsi alle persone con Dsa o ci sono ancora ostacoli da superare?
Tra le nostre help line ce n’è una dedicata al lavoro, che serve ad accogliere le richieste, ad accompagnare, a superare ostacoli, perché magari l’azienda non conosce questa caratteristica e, insieme alla non conoscenza, ci possono essere dei pregiudizi. Ma ci sono anche tante aziende che conoscono le potenzialità delle persone con Dsa e in alcuni ambienti vengono proprio cercate, perché hanno una visione di insieme, una grande creatività, una visione prospettica. Tutte potenzialità richieste dalle aziende.
Ci sono esempi positivi da raccontare e diffondere nei territori?
La settimana scorsa ho consegnato una targa a Tim, che ha rinnovato per il secondo anno il percorso dislessia friendly. È un’azienda attenta che vuole fare il meglio, però poi ci sono altre che fanno più fatica ed qui che dobbiamo lavorare di più.
Che cosa manca, allora?
Innanzitutto ci deve essere una maggiore conoscenza, perché quando le cose non si conoscono si fa fatica anche a circoscriverle e a identificarne potenzialità e limiti. Per cui, se io non conosco i Dsa e ho un’azienda, vedo che una persona si presenta con una certificazione, posso anche pensare che costituisca un limite. In questo caso c’è bisogno di maggiore conoscenza, di formazione e di affiancamento.
E di riconoscere che ciascuno possa portare il proprio contributo alla costruzione della società...
Certamente. Le persone con Dsa possono portare anche contributi notevoli, proprio per le loro caratteristiche positive, cioè per la loro grande creatività, una visione globale e l’empatia. Se ci pensiamo, queste sono anche le skill che vengono richieste nel mondo del lavoro, ma sono anche competenze di cittadinanza, competenze relazionali. In definitiva, la dislessia è un altro modo di vedere il mondo.

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