L'arcivescovo di Taranto: «No a divisioni, immaginiamo insieme un futuro diverso per la città»
di Marina Luzzi
In attesa delle decisioni sul caso dell'ex Ilva, Miniero si rivolge a operai e cittadini: «La partita è troppo importante, le istanze non sono contrapposte. Questo è un punto cruciale, non dobbiamo più fare il gioco di chi per anni ci ha usato»

«Abbiamo chiesto salute e siamo stati ignorati. Abbiamo chiesto lavoro e lo stiamo perdendo. Il mio appello è quello di non continuare a dividerci. Faremmo il gioco di chi per anni ha solo usato Taranto». Nelle parole dell’arcivescovo della diocesi di Taranto Ciro Miniero, intervenuto nelle scorse ore sulla vertenza ex Ilva, c’è il carico di dolore di un’intera città ma anche una richiesta di unità che è quasi una preghiera alla comunità.
Eccellenza, come descriverebbe Taranto a chi la guarda da lontano?
Siamo una città del Meridione d’Italia, bella e ferita, con un potenziale enorme e profonde ferite.
Sono ancora una volta giorni difficili per Taranto. Come li sta vivendo?
Con molta apprensione. Siamo a un punto cruciale che, sebbene ampiamente prevedibile, si rivela in tutta la sua drammaticità. Il tempo perso in tavoli e comunicati presenta ora il suo conto, e lo fa pagare ai lavoratori: è profondamente ingiusto.
I lavoratori chiedono voce. In questi giorni hanno scioperato, bloccato varchi, impedito ingressi e uscite alla città, dormito all’aperto. Insomma la pazienza è finita. Ha parlato loro? Li ha incontrati? Cosa si sente di dire a chi protesta?
Dico che gli sono vicino, e che fanno bene a protestare. Le risposte però devono immaginare un futuro diverso per Taranto. Non si può più produrre acciaio come nel’900 né la città potrebbe sopportare un ulteriore carico inquinante. Abbiamo bisogno di amministratori visionari che sappiano immaginare un futuro diverso e che a questi destinino risorse e progetti innovativi.
Intanto attivisti e cittadini ieri sono scesi in piazza per una manifestazione in cui si chiede la chiusura della fabbrica, bonifiche e che prevalga la salute su ogni cosa. A questi cittadini quale pensiero rivolge?
Sono accanto anche a loro. Ad entrambi, operai e cittadini, dico “uniamoci”. La partita è troppo importante, le istanze non sono contrapposte: gli operai chiedono lavoro e salute per sé e per le loro famiglie, i cittadini sono stanchi di pagare le conseguenze di una produzione che ha arrecato danni gravi e non ha nemmeno portato benessere alla comunità.
Lei la respira, la percepisce questa comunità? O le divisioni hanno ormai affossato questo senso di unione?
C’è, certo che c’è. Io coltivo sempre l’ambizione che le mie parole raggiungano una comunità. Come mi è già capitato di dire ai fedeli tarantini, non possiamo essere solo abitanti di un territorio per il quale rivendicare diritti ma siamo cittadini e verso questo territorio dovremmo praticare anche doveri. Dovremmo appartenerci gli uni gli altri costruendo relazioni vere autentiche, praticando l’amore verso il prossimo. E poi servono operatori coraggiosi.
Di operatori coraggiosi parlò anche in occasione dei Giochi del Mediterraneo. Meno di due mesi fa la città sembrava un’altra...
Sì in occasione dei Giochi parlai di operatori coraggiosi, perché in contesti come questo occorre il coraggio della verità. Bisogna incarnare la profezia nei luoghi nei quali siamo chiamati a vivere, con tutte le loro contraddizioni, consapevoli del fatto che non si avvia mai un processo di redenzione se non si riconosce che c’è del buono da salvare, che non è tutto perso, anzi, che ciò che può essere avanti a noi è sempre alimentato dalla speranza.
Taranto in questo momento però cerca risposte dalle istituzioni. Lei cosa vorrebbe dire al governo: cosa serve davvero alla città?
Una legge speciale che porti investimenti per nuovi progetti e, insieme, condizioni di vita adeguate per tutti.
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