Esseri umani come merce

Dalla Caritas e dal Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza la fotografia di un fenomeno che non accenna a diminuire: in 13 anni oltre 65mila le persone contattate dai 665 progetti
Google preferred source
October 17, 2013
Per la prima volta le forme di schiavitù in Italia vengono raccontate da chi le affronta in strada o nel chiuso di squallidi appartamenti. “Punto a Capo”, primo rapporto sulla tratta di Caritas, Cnca, Gruppo Abele e Associazione on the road presentato ieri a Roma, descrive i volti delle vittime, quasi tutte donne, e spiega che in 13 anni oltre 65mila persone sono state contattate dai 665 progetti di protezione sociale e 21.378, più o meno una su 3, hanno deciso di entrare in un programma di protezione e assistenza assicurato dalla legge italiana. Altre 3.770 persone, dal 2006 al 2012, hanno beneficiato di 166 progetti in base alla legge sullo sfruttamento sessuale. La tratta in Italia è gestita da gruppi criminali radicati nei Paesi di destinazione, con collegamenti transnazionali e notevoli capacità di abbinamento ad attività come traffico di migranti, droga e armi e il riciclaggio di denaro sporco. Pur rimanendo la prostituzione forzata in strada la tipologia di tratta più visibile e conosciuta, nel corso dell’ultimo decennio è progressivamente aumentato il numero di casi identificati di persone trafficate e sfruttate in altri ambiti, tra cui quelli economico-produttivi e, in particolare, in agricoltura, pastorizia, edilizia, manifatture, lavoro di cura. Per lo sfruttamento sessuale e lavorativo i principali canali d’ingresso sono l’Europa dell’Est e la rotta Maghreb-Sicilia, per l’accattonaggio la rotta attraversa l’Europa dell’Est. Le persone cadono vittima di tratta per sfuggire alla povertà, a discriminazioni di genere ed etniche, a conflitti regionali. Nella maggior parte dei casi l’espatrio è volontario, ma il debito contratto con il racket è un fattore di vulnerabilità "decisivo" che riduce in schiavitù. Le persone trafficate vivono infatti in condizioni misere, fanno uso o abuso di alcool e stupefacenti, sviluppano problemi di salute mentale e subiscono forme di discriminazione e di violenza molto cresciuta negli ultimi anni. Sono costrette a subire condizioni di vita e di lavoro disumane con orari di lavoro molto lunghi e senza pause intermedie, retribuzioni molto inferiori a quelle pattuite o stabilite per legge; quando ci sono. E vengono illuse rispetto all’ottenimento di permessi di soggiorno, per cui, a volte, sono costrette a versare del denaro I luoghi di sfruttamento si sono moltiplicati. Non ci si prostituisce più solo in strada e nei luoghi al chiuso, ma anche in stazioni e centri commerciali. E chi mendica lo fa sempre più in prossimità dei centri commerciali e sui mezzi pubblici. Sempre più rilevante il web come punto di incontro della domanda e offerta di prestazioni sessuali, di lavori stagionali in agricoltura, di cura o altro. Nel 2012 continuano a essere vittime di prostituzione soprattutto le giovani tra i 18 e i 25 anni, più del 50%. I paesi di origine delle persone assistite dagli enti sono Nigeria e Romania, in costante crescita Brasile, Marocco e Cina. Si registra il ritorno dell’Albania. I clienti sono perlopiù uomini di tutte le età e condizioni sociale e nel 2013 sette su dieci hanno pagato di più per rapporti non protetti. Con la crisi sono aumentate rapine e violenze a scopo di estorsione, così come gli atteggiamenti razzisti. Se l’Italia sta contrastando con una peculiare rete di servizio pubblico e privato lo sfruttamento della prostituzione, oggi sono le vittime di sfruttamento lavorativo a faticare per trovare protezione. Nel 2012 dei 520 permessi rilasciati come "Soggiorno per protezione sociale", 440 sono stati concessi per sfruttamento sessuale e solo 80 per quello lavorativo. «A fronte – commentano Caritas e Cnca – di decine di migliaia di lavoratori stranieri su tutto il territorio nazionale, gli strumenti di tutela appaiono deboli nonostante la recente introduzione del reato di caporalato e l’inasprimento del sistema repressivo verso gli sfruttatori». Si riparte da qui.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire