«Cultura ebraica, identità e convivenza: le parole da portare in Europa»

L’intervista a Noemi Di Segni, segretario generale dell’Aepj. «Nel Dopoguerra 
il Continente è riuscito 
a ribaltare la “nemicità”. Ora, mentre il Medio Oriente cerca la normalizzazione, qui tornano semi avvelenati»
Google preferred source
June 25, 2026
«Cultura ebraica, identità e convivenza: le parole da portare in Europa»
Noemi Di Segni /Ansa
Noemi Di Segni ha guidato l’Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) dal 2016 al febbraio 2026, attraversando, dopo il 7 ottobre, uno dei passaggi più duri per l’ebraismo italiano dal Dopoguerra. Oggi la sua traiettoria si è spostata verso una dimensione europea: è Segretario generale dell’Aepj (European Association for the Preservation and Promotion of Jewish Culture and Heritage), l’Associazione europea per la tutela e la promozione della cultura e del patrimonio ebraico.
Pochi giorni fa, al Festival Ebraica, Maurizio Molinari, in dialogo con Erri De Luca, ha osservato che in Italia alcune parole stanno diventando quasi impronunciabili: non solo “sionismo”, ma anche “Israele” e, per estensione, “ebraismo”. Oggi lei ha un ruolo in un'organizzazione europea che si occupa di cultura e patrimonio. Come si risponde quando una parola diventa un problema culturale prima ancora che politico?
Il problema è che il tema politico diventa barriera e non consente più a quello culturale di emergere. Ed è proprio qui che collochiamo la nostra sfida: crediamo che facendo conoscere la cultura ebraica si possa far comprendere come sia parte del patrimonio culturale dei Paesi stessi e dei cittadini europei, in particolare dell’Italia.
La comunicazione è più difficile in Italia o negli altri Paesi europei?
L’Italia presenta una sua scala, ma anche qui osserviamo tutti i fenomeni di chiusura e antisemitismo che monitoriamo in Europa. Con due particolarità. Primo: un’attenzione mediatica più specifica sul tema religioso e sul dialogo con il cattolicesimo che a volte apre spazi di impegno responsabile e attento, a volte spazi oggettivamente faticosi, che mi preoccupano. Secondo: a livello di governo abbiamo potuto registrare la tenuta di una vicinanza e di un’attenzione scrupolose alle comunità ebraiche e soprattutto alla loro sicurezza, intesa in senso anche più ampio e relativo ai contesti culturali. Abbiamo però anche vissuto momenti di sconforto e sorpresa per posizioni espresse in spazi che invece dovrebbero essere vocati all’accoglienza e all’apertura.
Che parole portare, in Europa?
Per noi è fondamentale far capire agli europei che l’ebraismo non è solo persecuzione, odio e antisemitismo. È una storia millenaria di cultura viva. Il lavoro sulla Memoria è fondamentale per salvaguardare nitidezza, verità storiche e significato di parole connesse allo sterminio, alle responsabilità del fascismo e anche alla nascita dello Stato ebraico, compreso il tema, così attuale oggi, del terribile ribaltamento semantico che rovescia sui sopravvissuti e su Israele parole come nazismo, genocidio, lager. Ma proprio per rispetto della Memoria e di chi è sopravvissuto dobbiamo sostenere ciò che le persecuzioni hanno sottratto: la cultura, declinata anche nelle libertà religiose e nella vita ebraica. È attraverso la cultura che possono essere recuperati spazi di dialogo, sottraendoli alla violenza della contrapposizione, sviluppando curiosità, fiducia. Conoscenza. La resistenza più forte che incontriamo oggi è spesso nelle scuole: abbiamo insegnanti ideologici, schierati, che stanno nelle piazze, ragazzi che si fermano alle immagini e alla telegrafia dei post. E per reazione al dolore, forse sperando di eluderlo, spesso vediamo una nostra rinuncia e isolamento.
C’è spazio di ascolto in Europa?
Rendiamoci conto che questa non è l’Europa del Dopoguerra. Dopo il secondo conflitto mondiale l’Europa è riuscita a ribaltare le “nemicità”, creando uno spazio di convivenza, di sviluppo e di condivisione, di identità sovranazionale. Ora si sta verificando qualcosa di paradossale: mentre in Europa sta riemergendo tutto quanto di vecchio, pesante e divisivo non è mai stato davvero superato, il Medio Oriente sta attivando processi di normalizzazione, di recupero delle relazioni, e mi riferisco in particolare agli Accordi di Abramo. Dialettica faticosa ma presente. La massa di odio viscerale, a ranghi alti e periferici, che emerge anche da singoli like, la distorsione che viviamo in Europa non c’è nelle relazioni con i Paesi arabi. Se togliamo dal quadro l’Iran, che ha una sua devastante specificità, non sentiamo tutti i giorni capi di Stato arabi che esprimono parole di condanna o manipolazione verso Israele o il popolo ebraico. Si guardi a quanti voli partono ogni giorno da Israele per gli altri Paesi del Golfo: un traffico continuo di turismo, business, investimenti che non era nemmeno pensabile fino a pochi anni fa. E che ora, invece, è una realtà, tanto solida da aver attraversato gli avvenimenti seguiti al 7 ottobre. La domanda per l’Europa è se riuscirà a guardare con lucidità a questo processo in atto, vedendoci un paradigma efficace per il superamento di pregiudizi che stanno minando l’unità del Continente e i presidi democratici che diamo troppo per scontati. A questo si aggiunge il fatto che mentre i Paesi mediorientali stanno applicando uno sforzo di contenimento del pericolo rappresentato dal fondamentalismo islamico, l’Europa, che con il suo vissuto ci ha portato fino alla follia della Shoah, non è riuscita a contrastare pienamente questi semi avvelenati e, a mio avviso, sembra tirarli fuori ora, con il rischio di porsi come incubatore miope del fondamentalismo che guarda oltre confine.
Guardando per un attimo indietro ai suoi dieci anni alla guida dell’Ucei, qual è stato il momento in cui hai detto: ne è valsa la pena?
Personalmente, ho vissuto come significativi tutti i giorni, perché sentivo il peso della responsabilità di dover rappresentare millenni di cultura e persone che oggi ne sono discendenti e testimoni, che hanno modi diversi di proiettare questa identità a cui spetta una voce istituzionale salda. Momenti commoventi sono stati quelli in cui l’Unione è riuscita a dare una risposta concreta alle singole persone, oppure ad elaborare, in supporto alle istituzioni di governo e al Parlamento, alcuni importanti emendamenti e proposte di legge. Più in generale, mi ha dato grande soddisfazione Run For Mem, la corsa sportiva organizzata in occasione del Giorno della Memoria attraverso i luoghi della deportazione. Non è mai stata una commemorazione piangente: era energia sana, era gioia. Il modo più bello per onorare la Memoria dicendo: siamo vivi e vogliamo condividere questa vita, ebrei e non ebrei. Dopo il 7 ottobre non l’abbiamo più organizzata per motivi di sicurezza. E oggi faccio fatica a immaginare la cittadinanza di nuovo in strada insieme a noi. Per questo credo ancora di più nella cultura come percorso di condivisione e convivenza, anche in vista della giornata che ci attende il prossimo 6 settembre, dedicata al tema “Amore”. Ed è proprio questo che mi spinge adesso nel percorso europeo che ho scelto di sostenere: tornare a correre, in Italia e in Europa, tutti insieme.
L'Associazione europea per la tutela e la promozione della cultura e del patrimonio ebraico AEPJ (European Association for the Preservation and Promotion of Jewish Culture and Heritage) è una rete internazionale che riunisce comunità ebraiche, istituzioni culturali, musei, enti locali e organismi europei impegnati nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio ebraico del Continente. Nata sotto l’egida del Consiglio d’Europa 26 anni fa, è una realtà che si è affermata attraverso l’attenzione ai progetti culturali. Tra i suoi progetti più importanti figurano gli “Itinerari ebraici europei” (European Route of Jewish Heritage), una rete di itinerari culturali riconosciuta dal Consiglio d'Europa che collega siti e temi ebraici in numerosi Paesi, le Giornate europee della Cultura ebraica (European Days of Jewish Culture), che ogni anno coinvolgono centinaia di città. Il tema del 2026 sarà: “Love”. E, di recente lancio da parte della Commissione europea, un bando dedicato ai progetti di cultura ebraica dedicato alla persona di Simone Veil, prima donna presidente del Parlamento Europeo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire