Come con le tecnologie militari la guerra è entrata nelle nostre città

Suggestioni a partire dal conflitto del Golfo. L'intervista a Francesco Chiodelli, geografo urbano e ricercatore dell'Università di Torino, è autore del libro "Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana"
April 8, 2026
Come con le tecnologie militari la guerra è entrata nelle nostre città
Francesco Chiodelli
Lo usiamo per sbloccare il nostro smartphone, ma anche per i controlli di sicurezza, come quelli in aeroporto quando rientriamo dall’estero. Il riconoscimento facciale è ormai una presenza discreta ma costante nelle nostre città, percepito come uno strumento di sicurezza o comodità. «Eppure, quella stessa tecnologia viene usata nei contesti di guerra per identificare un bersaglio, localizzare un nemico, guidare un attacco mirato, e questo è solo uno degli esempi in cui il confine tra sicurezza e conflitto si fa sempre più sottile», sottolinea Francesco Chiodelli, geografo urbano e ricercatore all’Università di Torino, che su questo slittamento – quasi invisibile – tra uso civile e uso militare, su cui si gioca una partita decisiva del presente, ha focalizzato parte della riflessione contenuta nel suo libro uscito a inizio 2026, “Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana”, edito da Bollati Boringhieri. Perché la guerra, spiega l’autore, oggi non arriva nelle città solo con armi classiche, ma passa anche attraverso gli strumenti tecnologici di uso quotidiano.
Che cos’è l’urbanizzazione della guerra di cui parla nel libro e perché riguarda il presente?
Le guerre si combattono sempre più dentro le città. Non è solo una trasformazione militare: è legata al fatto che oggi la maggior parte della popolazione vive in contesti urbani. Le città sono il centro di tutto – economia, politica, società – e quindi diventano inevitabilmente anche il centro dei conflitti.
Le immagini recenti, per esempio quelle dall’Iran, colpiscono anche per l’uso di tecnologie “civili” a fini militari. È una novità?
In realtà no, ma oggi è più evidente. Le stesse tecnologie – videosorveglianza, dati, riconoscimento facciale – possono essere usate sia per la sicurezza quotidiana sia per colpire un obiettivo. Sono strumenti ubiqui. Finché li vediamo funzionare “a nostro favore” li percepiamo come neutri, ma possono essere usati anche contro di noi e forse non c’è abbastanza consapevolezza di questo.
Con l’impiego dell’IA cosa cambia?
La guerra urbana è estremamente complessa, combattuta in una giungla di cemento tridimensionale e popolata da civili: senza tecnologia avanzata non sarebbe possibile. Oggi l’IA è in grado di selezionare obiettivi, analizzare scenari, suggerire o preparare l’attacco. Abbiamo già delle armi che potrebbero essere del tutto autonome, capaci cioè di riconoscere, selezionare e colpire un bersaglio senza l’intervento umano. Finora c’è sempre qualcuno che schiaccia “il bottone”, ma si tratta di una scelta morale e se quel limite cadesse, il salto di scala sarebbe enorme.
Lei definisce il tempo in cui viviamo uno “stato di guerra permanente”: in che senso?
Non è una condizione sempre evidente. Vivere a Milano non è certo come stare in una città bombardata, però esistono fili che collegano questi contesti. Pensiamo alla presenza dei militari nelle strade o all’uso di tecnologie nate in ambito bellico, come il Gps. Oppure a certe modalità di controllo che trattano il cittadino come un potenziale nemico: un esempio per tutti il violento intervento dell’Ice durante le proteste a Minneapolis e la morte di Alex Pretti, dichiarato subito terrorista interno anche se non lo era. Sono segnali di una trasformazione più profonda, che va dalle leggi alla narrazione.
A questa deriva securitaria interna che descrive si somma quella del riarmo: crede che sia possibile tornare indietro?
È difficile perché i cambiamenti sono sia materiali sia simbolici. Da un lato ci sono investimenti enormi nel riarmo che trasformano l’economia e l’industria nel lungo periodo. Dall’altro cambia la mentalità: si diffonde l’idea che non siamo più in pace. Questo incide anche sui comportamenti quotidiani, dalla richiesta di maggiore sicurezza fino, per esempio, all’impennata di acquisti di bunker privati.
Le città in “stato di guerra” in che modo possono invece contribuire alla pace?
Esistono esperienze concrete in questo senso, come le città santuario negli Stati Uniti, che cercano di opporsi a politiche securitarie e con le loro leggi rendono più difficile per le autorità federali rintracciare ed espellere i migranti, oppure quelle amministrazioni locali che in Italia sono andate contro a norme discriminatorie, per esempio quando si sono opposte al divieto di registrare all’anagrafe i richiedenti asilo. Nei conflitti internazionali il ruolo delle città è molto limitato, ma possono contribuire alla costruzione di uno “stato di pace”, facendo la differenza soprattutto nella vita quotidiana. Le città possono contrastare logiche di esclusione e repressione promuovendo inclusione, diritti, relazioni sociali giuste non caratterizzate da sopraffazione. Sono forme di resistenza dal basso: piccole, ma fondamentali.

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