«Casa e lavoro povero sono le priorità. Dobbiamo dare spazio al protagonismo dei giovani»
di Paolo Lambruschi, inviato a Sacrofano (Roma)
Don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, fa un bilancio del 45° convegno svoltosi a Sacrofano: «L'advocacy è un cammino compiuto, dall'incontro con il povero alle risposte concrete. E la pace resta una precondizione necessaria»

Advocacy e pace hanno bisogno di radici. Quelle della Caritas affondano nella stagione post conciliare. Nel giorno di chiusura a Sacrofano del 45° convegno delle Caritas diocesane, in un tempo di guerre e conflittualità, il direttore don Marco Pagniello rilancia l’impegno a tutto campo dell’organismo pastorale presente in tutte le diocesi italiane.
Cosa significa fare advocacy per la Caritas in questo tempo di conflitti?
Nulla di nuovo, perché da sempre la Caritas ha scelto di dare voce a chi non ha voce e di non custodire gelosamente il patrimonio di ascolto, ma di trasformarlo in possibilità di processi per animare la comunità e per favorire anche la riflessione, per poi arrivare a politiche più giuste e inclusive. Politiche di pace. L’advocacy è un cammino compiuto, dall’incontro con il povero alle risposte concrete. Da 55 anni è il nostro metodo pastorale, che è quello del concilio Vaticano II. Non bisogna abbassare il livello di attenzione su alcuni fenomeni, occorre dare loro il nome giusto, poi far crescere la coscienza critica e avere il coraggio di confrontarci con tutto il mondo della cittadinanza attiva, della politica, con i portatori di interesse. Per noi fare advocacy vuol dire in questo momento non sostituirci, ma provare a dire con fermezza che alcune cose sono possibili e provare ad aiutare nel discernimento.
Che posto ha la pace tra i temi su cui fare advocacy?
È trasversale perché è la precondizione necessaria. Ricordo in Sud Sudan un vescovo al quale chiesi, dopo aver parlato di mille progetti, da quale voleva che cominciassimo. Mi rispose che avevano bisogno di tutto, però la cosa di cui avevano più bisogno non potevamo dargliela, era la pace. Se non c’è, non ci sarà sviluppo, non ci sarà la possibilità di fare tutto quello che abbiamo sognato insieme. Non vale solo per Sudan e Sud Sudan, per la guerra in Ucraina o quelle in Medioriente e i vari conflitti dimenticati, vale per tutte le nostre comunità, per le persone, per il nostro quotidiano. Se non sono in pace, non ho la possibilità di far fiorire i miei talenti e le mie risorse.
Che ruolo dovranno giocare le Caritas in parrocchia e in diocesi per costruirla?
Dovremmo rilanciare e ripercorrere le vie dell’educazione alla pace, della risoluzione dei conflitti, della mediazione. In questo momento storico dovremmo favorire l’integrazione, perché i blocchi ci sono: i migranti da una parte, gli italiani dall’altra, i poveri e i ricchi. Pace significa fare anche scelte concrete sia personali che comunitarie, non rinunciare a condannare la violenza, non rinunciare a dare il giusto nome alle situazioni per paura. E credo che Papa Leone in questi giorni di viaggio in Africa ci stia dicendo come si fa advocacy per la pace. Advocacy che per la Caritas diventa rendere credibile attraverso fatti e opere quello che stiamo dicendo.
Quali sono le emergenze per cui fare advocacy?
Dalle richieste che ci arrivano, il primo problema è l’abitare perché apparentemente mancano alloggi. Poi si scopre che di case ce ne sono a sufficienza. Quindi c’è chi ha paura di condividere il suo bene con altri e occorre cercare soluzioni con la creazione di fondi, con la mediazione e l’accompagnamento non solo dei poveri che entrano in una casa, ma anche di chi la affitta. L’altro grosso problema sono gli anziani soli che vivono in case grandi e, però, non hanno le risorse economiche per starci dignitosamente oppure non hanno nessuno. Allora proviamo con creatività a mediare e favorire le coabitazioni anche coinvolgendo terzo settore e servizi sociali Abitare per noi è creare le condizioni necessarie per vivere bene, anche nelle aree metropolitane. Penso alle baby gang, che sono la prova di una povertà educativa crescente, sfida che si deve provare a risolvere con una comunità educante, mettendo a disposizione spazi ricreativi e la possibilità di sperimentare novità anche in periferia.
E il lavoro povero?
Una priorità, ormai. L’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non avere un salario minimo e credo sia arrivato il momento di rilanciare con forza la proposta. Il tema è complesso, ci sono passaggi culturali da fare sul lavoro vero e il sommerso, due grandi piaghe. Ma non possiamo più rimandare.
C’è un risveglio dell’impegno giovanile per la pace e nelle Caritas. Come incentivarlo?
I giovani sono alla ricerca di sfide vere e profonde in cui si possono sentire protagonisti. Gli dobbiamo lasciare spazi. Vedo in loro molta attenzione al bene comune, magari faticano a partecipare alle celebrazioni, ma non a stare con i poveri. In questi giorni a Sacrofano abbiamo ricordato il convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana del 1976 e, con una mostra, il nostro fondatore, don Giovanni Nervo, servo di Dio. Quella stagione post conciliare torna con forza e noi dobbiamo attingere al nostro patrimonio di valori e idee per riproporlo ai nuovi arrivati. Dobbiamo essere bravi nell’andare, come dice il Vangelo, ad estrarre dal tesoro cose antiche e cose nuove.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






