
Cosa resta dell’industria milanese? Poco, è facile da dire. Quando, nel 1910, Umberto Boccioni dipinse il quadro “Meriggio. Officine a Porta Romana”(oggi visibile alle Gallerie d’Italia di piazza della Scala), il quartiere cantato da Giorgio Gaber mostrava, ovviamente, un aspetto molto lontano da quello attuale. Non solo per le carrozze e i prati attorno a quella che pare via Adige, o per l’assenza di veicoli a motore. La tela del pittore (che lì risiedeva, come ricorda una targa) mostra alte ciminiere che si stagliano all’orizzonte, ingombranti casermoni industriali, rigagnoli di fumo si elevano al cielo da giganteschi stabilimenti. Milano era il cuore produttivo d’Italia, e Porta Romana ne costituiva uno dei centri manifatturieri. Oggi poco è sopravvissuto alla deindustrializzazione e al dogma dell’attrattività finanziaria: nemmeno il dialetto, sostituito da un impasto di italiano e inglese. Ma c’è qualche eccezione.
L’eccezione
La Porta Romana dei tempi di Boccioni era senz’altro periferia; oggi è, per dirla con gli immobiliaristi, “semi-centro”. Qui, nascosta lontano da occhi indiscreti, in via Trebbia si annida una delle ultime fabbriche rimaste in città. Palazzo altissimo, finestroni, via vai di colletti blu e bianchi: la Fontana Milano 1915 produce ancora parte delle proprie borse in città. «Siamo tra i pochi, forse gli unici», conferma una gentile signora al telefono. Presenza discreta, la fabbrica è perfettamente integrata nel quartiere, con le moto parcheggiate ordinatamente di fronte ai cancelli e i dipendenti che frequentano i bar della zona per un caffè o un panino. La pasticceria Sommariva si trova a pochi metri. I titolari, i fratelli Gianluca e Ivan, ricordano bene la metamorfosi della zona. «Siamo qui dagli anni ’70», confidano al cronista. «La Fontana, allora, non era l’unica fabbrica. C’era la Saiwa, per esempio. Ma anche la Belotti, che produceva condizionatori, e la Casiraghi, che faceva bombole; e poi la ditta Costi, che realizzava sedili per aeroplani». «Quando ero ragazzino - aggiunge Ivan - ho fatto in tempo ad andare a prendere la farina ai Molini Besozzi, che stavano proprio qui dietro». «Comunque - chiosano - più che porta Romana ormai possiamo chiamarla zona Bocconi».
Farmaci e distillati
Poche centinaia di metri di asfalto bollente più in là ci sono i cancelli della Mipharm, azienda che produce farmaceutici – uno dei settori di punta del capoluogo lombardo. Siamo in via Bernardo Quaranta, dalle parti di viale Ortles. Periferia, forse ancora per poco. Lo stabilimento è grande, in un quartiere che vanta spazi ampi. E il cui nome non è ancora stato storpiato dalle abbreviazioni. I camion vanno e vengono: il tipico viavai industriale rifornisce novemila metri quadri di area produttiva, con diciotto linee di confezionamento e nove reparti.
Ci spostiamo dalla parte opposta della città, in via Resegone (zona piazzale Maciachini), dove resiste un mito meneghino: sulla strada si staglia, verticale, l’insegna del Fernet Branca. L’omonima distilleria, famosa in tutto il mondo, produce ancora qui l’inconfondibile liquore alle erbe, per cui gli argentini hanno una vera e propria passione: e infatti l’altro stabilimento produttivo, oltre a quello milanese, è proprio nel paese albiceleste, a Tortuguitas. Ci sono anche un museo, visitabile come gli stabilimenti, che racconta la storia del marchio, e una ciminiera, ingentilita da quello che viene presentato come uno dei murales più alti d’Italia: il disegno è stato realizzato dal collettivo Orticanoodles, avvalendosi anche dell’aiuto dei dipendenti. Patron è Niccolò Branca, quinta generazione della famiglia che ha legato il proprio nome anche alla torre in Parco Sempione, riqualificata e riconsegnata alla città.
Confetti per gli sposi
Milano è città di cortili, e non tutto è visibile. A pochi passi dalla distilleria, su viale Jenner, nascosta dietro a un portone, scoviamo una vera chicca: la Manganini, piccola azienda artigianale nata nel 1949 che produce confetti. Le macchine funzionano anche col caldo infernale di luglio. Tra gli scaffali si servono anche i dipendenti della vicina Mapei (azienda chimica, che ha la sede poco più avanti, ma in città mantiene solo i reparti ricerca e sviluppo). Il titolare, Gianluca Manganini, ci riceve subito, e racconta di usare la stessa ricetta del primo dopoguerra. Anche le caldaie di rame sono rimaste uguali ad allora: tra un assaggio e l’altro, Manganini spiega che da tempo ha scalato le marce, e i duecento metri quadri di una piccola realtà gli bastano. Il mito della crescita non fa per lui: anche perché, grazie al commercio elettronico, riesce a vendere ovunque - perfino in Messico - producendo a ritmi sostenibili. Tutto come ai tempi in cui suo padre avviò l’attività, spiega. Correggiamo: non proprio tutto. Ci annunciamo per le sei, quasi orario di chiusura. «Mi raccomando la puntualità», chiede al telefono. «Più tardi ho una partita di squash». Il più milanese degli sport.
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