Opinioni

Come al solito stravolte le parole del Pontefice sulla sessualità. Serve una vera educazione non la prevenzione di un «rischio»

Antonella Mariani giovedì 13 gennaio 2011
In pochi, nelle redazioni dei giornali, martedì si saranno accorti di una notizia battuta dall’Ansa: al Vicariato di Roma partiva una nuova edizione del corso per educatori su "Affettività, amore e sessualità". Dunque non poteva essere vero che il Papa, solo il giorno prima, parlando al Corpo diplomatico, avesse detto che «l’educazione sessuale è contro la fede», come pure ha scritto Repubblica. Né è possibile che Benedetto XVI avesse lanciato un "anatema" nei confronti dell’educazione sessuale. Il Papa, invece, in un passaggio del suo discorso ha sottolineato «un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie» laddove «è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale» che trasmettono concezioni della persona che «riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione». Il riferimento era alla Spagna di Zapatero, dove nei nuovi corsi di "educazione civile" fu introdotto come sussidio didattico un libretto in cui si descriveva la vita allegra in un condominio gay.Dov’è, allora, l’"anatema" del Papa? E dov’è questa «ossessione per la sessualità» di cui soffrirebbe la Chiesa? In verità, a sembrare ossessionati sono coloro che da un paio d’anni inondano le redazioni dei giornali di comunicati in cui i teenagers vengono descritti come ignoranti sul sesso, eppure bulimici e incauti e dunque esposti a ogni genere di malattia, oltre che al rischio di gravidanze precoci. Ragion per cui una Società medica come la Sigo (ginecologi e ostetrici) ogni estate colonizza le piazze con i suoi programmi di "prevenzione" meccanica, il cui esito raccomandato si riassume nello slogan «preservativo per tutti». A giocare la partita ci sono anche associazioni come l’Aied (educazione demografica) o la Lila (lotta all’Aids), che dal canto suo sponsorizza l’installazione di distributori di condom nelle scuole superiori.Il paradosso è che a interrogarsi sulla validità dei percorsi scelti dovrebbero essere gli stessi che compilano i vari sondaggini sui giovani e la sessualità. Se è vero, come scriveva ieri Chiara Saraceno su Repubblica, che i maschi dichiarano di fare sesso «perché ne hanno bisogno» e perché ogni tanto devono «sfogarsi», mentre le ragazze dicono di farlo «per far piacere al loro compagno», qual è la risposta che noi, adulti educatori, possiamo dare? È forse insegnare le varie tecniche contraccettive per rapporti sicuri? Quindi avallare l’idea di un sesso come sfogo o come condiscendenza, purché al riparo da rischi?È un’illusione, oltre che un errore, quella di poter rispondere alle domande dei giovanissimi infarcendoli di informazioni "neutre" o presunte tali. Ecco, allora, l’oplà ideologico: si vogliono giovani più consapevoli, ma non si offre loro l’unica cosa di cui hanno bisogno: l’educazione. Strumenti per capire di più se stessi e i sentimenti che li agitano. Coordinate per comprendere il valore della propria persona, unica al mondo, e dunque degna del proprio e dell’altrui rispetto. I giovani hanno bisogno di capire che il sesso sbandierato e contrabbandato dappertutto non è la sessualità libera e liberante, profondamente umana, di cui parla (anche) la Chiesa, espressione di sé dentro un amore adulto e consapevole, capace di fedeltà. Gli adolescenti sono già fin troppo bombardati da modelli di vita in cui tutto si consuma in fretta; noi, adulti educatori, faremmo bene il nostro mestiere se parlassimo loro della bellezza dell’attesa, della pazienza, del crescere a tappe, della responsabilità che certe scelte portano con sé. Fare "cultura" in questo senso è più impegnativo che fare informazione. È più facile distribuire preservativi e una guida rapida al sesso sicuro. Ma non chiamiamola, per favore, "educazione".