Opinioni

L’abbrivio delle narrative radicali. Quel vento conservatore

Riccardo Redaelli martedì 30 maggio 2023

Nella stessa domenica, ai due estremi del Mediterraneo, elezioni fra loro molto diverse hanno mandato messaggi politici chiari. In Turchia, nonostante la sua disastrosa gestione dell’economia, l’autoritarismo e la politica estera avventurista, il presidente-autocrate Erdogan ha sconfitto il candidato di un vasto fronte d’opposizione, smentendo le aspettative che si erano create in Occidente per una sua (tanto auspicata) uscita di scena.

In Spagna, il premier Pedro Sánchez ha indetto elezioni anticipate dopo la disastrosa sconfitta alle amministrazioni locali e regionali. I ballottaggi in Italia hanno premiato il centrodestra in 9 città e anche in Grecia, nelle recentissime elezioni parlamentari, i conservatori hanno ottenuto una vittoria molto netta. Insomma, se si guarda alla mappa politica del Vecchio Continente, i partiti riformisti e socialisti sembrano incapaci di convincere i propri elettori, tanto che per le elezioni del Parlamento Europeo del 2024 si preannuncia già una marcata affermazione del fronte di centro-destra e una ulteriore ascesa dei movimenti della destra radicale.

È sempre rischioso, e spesso semplicistico, ricercare spiegazioni che siano valide per Paesi tanto diversi fra loro e che possano spiegare le dinamiche politico-sociali di un intero continente. Eppure, alcuni meccanismi sembrano chiari, soprattutto se correlati ai cambiamenti del sistema internazionale. La pandemia prima e la guerra in Ucraina poi hanno definitivamente smantellato la tradizionale visione europea che immaginava un mondo non solo globalizzato, ma in cui l’interdipendenza economica avrebbe favorito una diffusione del liberalismo politico e una marginalizzazione progressiva della guerra fra Stati. Il mondo, invece, ha scelto un’altra strada: l’emergere delle fragilità della globalizzazione economica, un aumento dei conflitti e della polarizzazione politica globale, un senso crescente di vulnerabilità a tutti i livelli, economico, sociale, identitario.

E quanto ti senti vulnerabile, fragile, sotto minaccia – è una tendenza innata – hai bisogno di certezze e di rassicurazioni. Di risposte semplici, non di complessità. Di garanzie sbandierate. E poco importa che siano vere, l’importante è che siano percepite come un’ancora a cui aggrapparsi. Soprattutto se si è spaventati dal futuro e dal resto del mondo come sono gli europei oggi.

Da questo punto di vista i partiti conservatori – e ancor più quelli populisti radicali – sembrano molto più attrezzati rispetto ai partiti riformisti. Hanno agende chiare: difendere i nostri confini, la nostra cultura, i nostri lavori dalle minacce esterne (il Sud globale che vuole rubarceli) o interne (le regole, la transizione ecologica, il mercato libero), il nostro essere “etnicamente” europei. Una retorica che sfrutta le nostre comprensibili paure e percezioni di insicurezza, come è accaduto con la scelta irrazionale e oggi molto rimpianta della Brexit da parte degli inglesi alcuni anni fa.

Dall’altra parte, vi è spesso una attenzione ossessiva ai diritti sociali e molta meno attenzione ai bisogni economici, in particolare dei ceti più vulnerabili. Ci si concentra su proposte politiche che appaiono agli occhi della maggioranza degli europei poco comprensibili, elitarie e sulla cui fumosa astrattezza si ironizza molto. In mezzo vi è un continente che affronta l’inverno demografico con l’invecchiamento della propria popolazione, ormai ridotta a meno del dieci per cento di quella mondiale (eravamo quasi un quarto alla metà del secolo scorso), ma che fatica a trovare politiche condivise per l’integrazione dei migranti, di cui vi è evidente necessità.

Un’Europa che è sempre meno centrale nelle dinamiche economiche globali, ormai marginale in quelle geopolitiche, e che ha riscoperto il nemico alle proprio porte, cedendo a volte alla fascinazione della corsa alla rimilitarizzazione eccessiva (come nel caso della Polonia). Tutte dinamiche che favoriscono la polarizzazione politica e le narrative radicali: ma per quanto accattivanti, queste ultime producono quasi sempre risposte sbagliate e inefficaci ai problemi esistenti, dato che cercano di fermare le trasformazioni globali, quando invece servirebbe una dose di razionale realismo per cercare di gestirle, senza illudersi di esorcizzarle ma neppure di limitarsi a subirle.