Opinioni

Papa in Myanmar e Bangladesh. Pace e dialogo sul cammino dell'evangelizzazione in Asia

Mimmo Muolo venerdì 24 novembre 2017

La Cattedrale di Santa Maria a Yangon, nel Myanmar (Ansa)

Con tre viaggi sui ventuno complessivi e cinque Paesi visitati nel Lontano Oriente, il Papa sta dimostrando un’attenzione all’Asia del tutto particolare. Al pari di Giovanni Paolo II, infatti, egli è convinto che questo sia «il continente del futuro»: da un lato la vera sfida all’evangelizzazione, dato che come è noto il gigante asiatico si è finora dimostrato il contesto più refrattario al cristianesimo - e i numeri della presenza cattolica in Myanmar e Bangladesh, le due nazioni che saranno toccate dall’itinerario ormai imminente del Pontefice, lo confermano; dall’altro il laboratorio di un domani che si spera ancora a misura d’uomo, pur tra mille contraddizioni e problemi. Povertà, sfruttamento dei lavoratori, difficile convivenza tra le religioni, regimi più o meno totalitari e minacce (anche nucleari) alla pace. Francesco ha fin qui ampiamente dimostrato di volersi confrontare con questa realtà multiforme. E infatti, ai viaggi vanno aggiunti i segnali di dialogo con la Cina, la costante preoccupazione per la situazione nella regione mediorientale, gli appelli alla pace, l’incoraggiamento alle Chiese locali e, non ultima, la sottolineatura del martirio di molti cristiani anche in Asia. C’è dunque materiale sufficiente per parlare di una 'strategia asiatica' di papa Francesco o quanto meno di una speciale predilezione per la terra nella quale da giovane egli avrebbe voluto recarsi missionario (in Giappone per la precisione), frenato solo da una malattia poi guarita. Il viaggio che sta per iniziare (26 novembre-2 dicembre) si inserisce a pieno in questa strategia. Anzi, con i suoi diversi piani di lettura ne costituisce un ulteriore sviluppo, visto che il messaggio di pace, riconciliazione e perdono, proprio della visita, travalica i confini del Myanmar e del Bangladesh, finendo per abbracciare tutta l’Asia e in particolare le sue nazioni più popolose e potenti, la Cina e l’India.

Nei rapporti con con la Cina Francesco sta applicando quello che padre Antonio Spadaro chiama 'il metodo Ricci' (dal nome del gesuita che aprì le porte alla Chiesa cattolica oltre la Grande Muraglia) e che Andrea Riccardi, definisce come una sorta di «deideologizzazione» della questione. E così si moltiplicano i segnali di disgelo: il doppio sorvolo del suolo cinese, di ritorno dalla Corea del Sud (2014) e dalle Filippine (2015); i telegrammi al presidente cinese Xi Jinping; le parole dette nella prima occasione dal Papa («mi piacerebbe tanto andare in Cina, amo il popolo cinese, gli voglio bene e mi auguro che ci siano le possibilità di avere buoni rapporti»); la successiva intervista al giornale online Asia Times (in cui in pratica invitava il mondo a non avere paura della «saggezza» di cui è portatrice la Cina); i colloqui periodici Pechino-Santa Sede e il riconoscimento nell’ultimo mese di due vescovi 'clandestini' ne sono chiari esempi. Il Myanmar, prima tappa di questo viaggio, ha 2200 chilometri di frontiera con la Cina, che ha tutto l’interesse a stringere nuovamente i rapporti con Yangon, specie dopo il cambio di politica degli Usa in relazione alla vicenda della minoranza musulmana Rohingya (il segretario di Stato Rex Tillerson ha parlato senza mezzi termini di «pulizia etnica»). Non è dunque difficile ipotizzare che tutte le parole e i gesti del Papa a Yangon e Nay Pyi Taw saranno analizzate con grande attenzione anche a Pechino. Così come è altrettanto fuori di discussione che questo viaggio sarà un’ulteriore occasione per mettere in atto la 'politica' della mano tesa fin qui seguita da Francesco verso il più grande Paese asiatico. Nel 2014 a Seul tale politica ebbe la sua enunciazione più chiara. «Spero fermamente che i Paesi del vostro Continente con i quali la Santa Sede non ha ancora una relazione piena non esiteranno a promuovere un dialogo a beneficio di tutti», disse il Pontefice. E da allora è sempre stata seguita, come anche un recente articolo de La Civiltà Cattolica conferma: «Finché il Partito Comunista cinese rimarrà l’unico partito di governo, il marxismo continuerà a essere il riferimento ideologico della società – scrive l’autore, padre Joseph Yuo Guo Jiang – perciò la Chiesa cattolica cinese è chiamata a ridefinire il suo ruolo e le sue relazioni con il Partito comunista e con la sua ideologia». Un’apertura senza precedenti.

Altrettanto importante sarà la lettura del viaggio in chiave indiana, dove rapporti interreligiosi e interessi politici si intrecciano fra loro in maniera quasi inestricabile. Il Papa e la Santa Sede hanno accompagnato la transizione democratica del Myanmar con l’instaurazione, a maggio, delle relazioni diplomatiche e l’udienza in Vaticano al premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Una transizione che ha comportato anche l’abbandono del buddismo come religione di Stato. Poi c’è stata la recrudescenza delle violenze contro i Rohingya (dettate secondo qualche osservatore dall’intenzione di mettere in imbarazzo proprio San Suu Kyi) e il conflitto con la minoranza islamica è nuovamente deflagrato, rischiando di riportare indietro l’orologio della storia verso un ormai anacronistico apartheid su base religiosa. È lo stesso 'virus' che sta infettando la vicina India, stato formalmente laico (che avrebbe potuto essere la terza meta di questo viaggio), dove però il governo del partito di ispirazione induista ha avviato un percorso che mira a reintrodurre almeno di fatto un credo ufficiale e dove si moltiplicano gli atti di violenza contro le minoranze religiose, specialmente gli inermi cristiani.

Anche da questo punto di vista, dunque, la visita in Myanmar e Bangladesh (dove pure qualche sintomo di intolleranza religiosa si è manifestato, ad esempio l’attentato di Dacca) costituisce una chiara indicazione della via che il Papa indica dell’Asia. Pace, dialogo e rispetto tra le religioni. In un videomessaggio del 3 novembre scorso papa Francesco ha sottolineato: «Ciò che mi colpisce dell’Asia è la varietà delle sue popolazioni, eredi di antiche culture, religioni e tradizioni. In questo continente in cui la Chiesa è una minoranza, la sfida è appassionante. Dobbiamo promuovere il dialogo tra religioni e culture». Affermazione che completa quanto il Pontefice disse nel suo primo viaggio asiatico del 2014. «I cristiani non vengono come conquistatori, non vengono a togliervi la vostra identità, ma vogliono camminare con voi». Ragion per cui «il dialogo è parte essenziale della missione della Chiesa in Asia». «Preghiamo per i cristiani in Asia – conclude il recente videomessaggio –, perché favoriscano il dialogo, la pace e la comprensione reciproca, soprattutto con gli appartenenti alle grandi religioni».

È la chiara dimostrazione che nella 'strategia asiatica' di papa Francesco l’uomo del dialogo, costruttore di ponti laddove altri vedono muri, è tutt’uno con l’operatore di pace (anche tra gli Stati) e con l’evangelizzatore. Con i suoi viaggi e le sue aperture, il pontefice latinoamericano vuole incoraggiare e aiutare le comunità cattoliche non solo in Paesi come le Filippine e la Corea del Sud, dove più forte è la presenza della Chiesa, ma anche e soprattutto in contesti di minoranza, sovente (come appunto in Myanmar e Bangladesh) con percentuali intorno all’uno per cento o anche meno. Egli inoltre non manca di rimarcare che la presenza cattolica ha sempre un alto valore sociale e di promozione umana. Piccole sul piano numerico, le comunità cattoliche sono da questo punto di vista un vero e proprio baluardo contro l’indigenza, la cultura dello scarto dei più deboli, l’analfabetismo dilagante. Scuole e ospedali gestiti dalle Chiese locali sono autentici presidi di civiltà, per cui senza la loro opera l’Asia sarebbe ancora più povera. L’esempio luminoso di Madre Teresa di Calcutta (Francesco visiterà a Dacca la casa in cui la santa si fermava a dormire quando andava in Bangladesh) è una stella polare, anche perché non faceva certo distinzioni di credo o di razza, aiutando veramente tutti. I l Papa naturalmente non ignora che quest’opera deve fare a volte i conti con un inveterato pregiudizio anticristiano che in alcune nazioni ha assunto in passato (e in parte anche nel presente) la forma di una vera e propria persecuzione. L’Estremo Oriente è terra di martiri e i cimiteri di Laos, Myanmar, Corea, Cambogia, Birmania, della stessa Cina e del Vietnam sono pieni di uomini e donne che hanno dato la vita per Cristo o hanno testimoniato la loro fede in maniera eroica (come il cardinale Nguyen Van Thuan, di cui è in corso il processo di beatificazione, imprigionato per 13 anni solo perché vescovo). A questi martiri Francesco ha reso omaggio con la beatificazione di Seul e anche con un altro gesto molto importante. Durante la visita in Corea del Sud, una ragazza cambogiana gli chiese di ricordare anche i tanti cristiani martirizzati nel suo Paese sotto il regime di Pol Pot. Francesco rispose: «Ti prometto che mi occuperò, quando torno a casa, di parlare all’incaricato di queste cose, che è un bravo uomo e si chiama Angelo (il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, ndr) e chiederò a lui di fare una ricerca su questo per portarlo avanti». Detto, fatto. Il 16 giugno 2016 la Chiesa cambogiana ha ufficialmente aperto la fase diocesana del processo di beatificazione di monsignor Chhmar Salas e 34 compagni (preti e laici originari della Cambogia, del Vietnam e della Francia), uccisi o lasciati morire tra il 1970 e il 1977 durante la persecuzione dei khmer rossi. Se il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, le piccole comunità ecclesiali dell’Asia possono contare già su un grande tesoro nel Cielo.