Opinioni

La «nostra» regione non merita uno sfregio come quello per Eluana. Ma il Friuli ama la vita

Gabriella Sartori venerdì 19 dicembre 2008
Caso Eluana, l’attenzione si sposta tutta in Friuli Venezia Giulia. Con una dichiarazione ufficiale, la direzione della clinica «Città di Udine» conferma la propria disponibilità ad ospitare Eluana per quelli che dovrebbero essere i suoi ultimi giorni di vita ma aggiunge una precisazione che ha il sapore di un vero e proprio ricatto, e cioè: “a patto che la regione Friuli V.G. sia disposta a condividere questo percorso di pietas”. Come dire che la clinica non vuole e non può più fare di testa propria, avendo bisogno che d’ora in poi l’ente Regione le copra le spalle, in pratica le faccia da scudo rispetto agli avvertimenti giunti da Roma. Evidentemente il gioco si è fatto troppo pericoloso anche per un uomo capace di azzardo come l’amministratore delegato della clinica, che ad un ogni buon conto preferisce tenersi al riparo dalle conseguenze 'probabilmente immaginabili' fatte balenare senza troppe perifrasi dal ministro Sacconi. In altre parole, sfidare il senso comune va bene, prestarsi ad un’azione coordinata con il gruppo di regia radicale che sta sovrintendendo allo sbarco di Eluana in Friuli va ugualmente bene, ma le ragioni della cassa sono più importanti. E così con una mossa da agile tennista getta la palla nel campo della Regione, il cui presidente appare sempre più imbarazzato, tant’è che ha tentato di cavasela con una battuta, abbassando l’intero affare ad una bega tra privati. Ma tale, la vicenda Englaro nel suo versante friulano, non è. E il presidente Tondo sa bene che egli rappresenta tutti i friulani, la gran parte dei quali non è per nulla d’accordo di trasformare la loro regione in una terra necrofila, quale né la Toscana né il Lazio – regioni nei mesi scorsi richieste dell’ospitalità finale per Eluana – hanno accettato per se stesse, respingendo sdegnate l’indecente proposta. Il presidente Tondo e la sua giunta di centro-destra sanno anche che i cattolici sono una componente decisiva della loro regione, e questi non potrebbero mai apprezzare una scelta di ospitalità mortifera. La loro terra ha radici impiantate su una cultura della vita, e nessuna operazione tartufesca potrebbe cambiarne i connotati. Come altro infatti si potrebbe definire il protocollo di cui parlava ieri qualche ben informato quotidiano, a proposito dell’accordo sottoscritto e controfirmato tra la clinica udinese, la famiglia Englaro e i suoi industriosi avvocati, volto a disciplinare nel dettaglio l’itinerario di Eluana una volta giunta a Udine e votata così alla morte? Si pensi alla determinazione di esonerare il personale della clinica dall’assistrenza alla povera Eluana, surrogandolo con una ventina di volontari, selezionati utilmente allo scopo. Una sorta di ospitalità chiavi in mano: entrate pure e fate nella nostra struttura quello che credete meglio: noi preferiamo non sapere. E si pensi all’accortezza di controllare in entrata e uscita le tasche dei volontari (che previamente accetteranno di essere anche perquisiti) pur di garantire una davvero sacrosanta privacy alla sfortunata ragazza. Senza rendersi conto, questi signori, che c’è un dovere irrinunciabile alla trasparenza che va garantita dai legittimi responsabili e operatori della struttura. O qui, all’improvviso, si vuol cambiare strategia e dopo aver fatto di Eluana un caso giudiziariamente emblematico al fine di scardinare l’assetto legislativo pro life, ora si pensa di stendere un telone nero e impedire all’opinione pubblica di esercitare i suoi diritti? Da mesi, il volto e la storia di Eluana campeggiano in ogni telegiornale ad ogni ora del giorno e della notte e in un infinito numero di talk show di qualsiasi rete. Per non parlare poi della carta stampata. In tal modo, Eluana è inevitabilmente diventata “una di noi”, parte di ognuna delle nostre famiglie. Come si può pensare che da qui in poi le prerogative tipiche di una società democratica, basata sull’informazione e la trasparenza, vengano come sospese? Pretesa paradossale, che dice molto sulla mano che sta guidando l’intricata vicenda. Sospeso il diritto all’informazione dopo che, per una controversa sentenza, è stato sospeso il diritto alla vita di una persona gravemente handicappata. Sarà bene che questi signori, che evidentemente poco hanno a che fare con il costume autentico degli abitanti di questa terra, sappiano che non tutto è consentito a livello di coscienza popolare. Al di là del rispetto che si deve al dolore del padre di Eluana e alle decisioni sue e dei giudici, non si può pretendere che tutti siano disposti ad assistere, in silenzio, a quelli che appaiono ulteriori “strappi” alla vita democratica del Paese. Anche per questo, varrà la pena di ripassare alla memoria le buone ragioni di chi pensa che Eluana abbia diritto di continuare a vivere: da queste parti si è usi a non rifiutare ad alcuno pane e acqua, e per distribuire questi beni fondamentali dell’esistenza missionari e missionarie sono partiti dai nostri paesi alla volta delle regioni martoriate dalla fame. No, il Fiuli non merita questa affronto, questo sfregio unitamente allo sfregio che verrebbe inflitto alla vita di una persona inerme. E se qualcuno non riesce a misurare la portata delle conseguenze di quel che si profila, sarà bene che venga svegliato alla realtà. Nessuna persona avveduta potrà accettare di essere tenuta alla cieca. Men che meno coloro che, residenti in Friuli Venezia Giulia, contribuiscono con le loro tasse al funzionamento ordinario della casa di cura «Città di Udine»: come tutti gli altri, e più degli altri, sono nel pieno diritto di sapere che cosa vi accade.