Opinioni

5 anni fa l’assassinio di padre Hamel. L'augurio di don Jacques maestro buono e martire

Riccardo Maccioni sabato 24 luglio 2021

Cinque anni possono essere un soffio o un tempo infinito. Il respiro di una generazione che cambia, e un battito d’ali. Un rosario interminabile di giorni, uno legato all’altro, e ogni grano una preghiera, un pensiero, una lacrima. Tante piccole tesserine di un puzzle a disegnare un volto vivo solo nella memoria, eppure tu senti che c’è, che continua a parlarti. Il 26 luglio di cinque anni fa moriva, ammazzato, Jacques Hamel, uno dei tanti preti nascosti che abitano le nostre parrocchie. Silenziosi sarti del Vangelo impegnati a ricucire gli strappi di una comunità che fatica a restare unita e a ogni rattoppo aggiungono un fiore, e un sorriso. Il giorno in cui due giovani estremisti islamici sono entrati nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray e l’hanno sgozzato, don Jacques aveva 85 anni e lo sguardo ragazzino dentro il corpo di un anziano.

Quasi a riassumere in sé il passo del profeta Gioele: «I vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni». Forse per questo, forse per la sapienza di chi ha poco da vivere e pesa ogni respiro come se fosse oro, gli è bastato un attimo per riconoscere chi lo uccideva. «Vattene Satana», le sue ultime parole, quasi la firma a un’esistenza tutta orientata nella direzione opposta. A costruire legami, amicizia, fraternità, a servire Dio e la Chiesa, nelle periferie urbane come nelle solitudini di un cuore tradito. Per capirlo basta rileggere l’ultimo messaggio ai parrocchiani, un augurio di buone vacanze diventato, senza volerlo, il suo testamento spirituale. L’estate, spiegava il sacerdote francese, non è solo riposo e svago ma un tempo per accogliere «l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno». Concetti semplici, a disegnare la vocazione che ci accomuna tutti. La chiamata a costruire relazioni, ad avvicinare i distanti, ad accettare e perdonare le colpe dell’altro. In una parola, a essere, a restare umani.

A vivere la vita di ogni giorno, cercando di migliorarla con il sostegno a chi fa più fatica, con la condivisione della nostra amicizia, con la preghiera. Cioè con il prendersi cura. Proprio quello che fanno i nonni e gli anziani, cui la Chiesa dedica la giornata di domani. I vecchi sono i custodi delle radici, le sentinelle della memoria e, se hanno il dono di credere, la cinghia di trasmissione della fede. Per questo possono sognare, perché con lo sguardo sgombro dalle incrostazioni dell’orgoglio un tantino presuntuoso degli anni giovanili, sanno riconoscere la strada più dritta senza perdersi dietro gli applausi e i complimenti facili. Non gli servono, non ne hanno bisogno.

Ormai non pensano più al proprio unico tornaconto ma al plurale. «Nei nostri sogni di giustizia, di pace, di solidarietà – scrive il Papa nel Messaggio per la Giornata di domani – risiede la possibilità che i nostri giovani abbiano nuove visioni e si possa insieme costruire il futuro». Non una recita solitaria, dunque, ma un copione scritto per essere recitato con altri, nella dimensione, scriveva ancora Hamel, di un cuore attento alle cose belle.

Lui, il suo, l’aveva educato proprio così, fino all’ultimo giorno, fino a perdere la vita mentre era impegnato in ciò che amava di più, celebrando la Messa, il sacrificio della croce di Cristo. E ci piace immaginare che il suo breviario, oggi conservato nella Chiesa di San Bartolomeo all’Isola, memoriale romano dei martiri contemporanei, sia rimasto aperto alla pagina di quel 26 luglio, fermo alla festa di san Giacomo di cui l’anziano parroco portava il nome. E chissà che non sia anche quello il segno di una predilezione dall’Alto, della chiamata a rendere più evidente il legame tra terra e cielo. È probabile che don Hamel sia presto proclamato beato.

Ma a noi già basta ricordare quel che ha saputo testimoniare il suo vecchio-giovane cuore, delicato e aperto al dialogo, meticoloso a cercare il bello utile all’uomo, anche in un tempo effimero come quello del riposo estivo. Un momento – scriveva – «per essere attenti agli altri, chiunque essi siano». Perché l’amore non alza muri ma abbatte le barriere. Sempre. Oggi come cinque anni fa.