Opinioni

Analisi. La "grande solitudine globale", nuova pandemia che allarma

Angela Napoletano sabato 24 giugno 2023

La piaga della solitudine colpisce a tutte le età

Una nuova epidemia minaccia l’umanità. Non è un virus ma qualcosa che chiunque nella vita ha vissuto anche se solo per un momento: la solitudine. La letteratura scientifica abbonda di studi su quanto l’assenza di relazioni sociali appaganti faccia male alla salute. È stato stimato che la percezione di essere soli, staccati dal mondo anche se di fatto circondati dagli altri, avvelena il corpo come farebbero 15 sigarette fumate in un solo giorno o sette cocktail alcolici bevuti uno dietro l’altro.

Il tema è stato sviscerato durante la pandemia che ha messo il mondo in lockdown normalizzando l’isolamento e l’inopportunità di baci, abbracci e stette di mano. Ma è tornato a galla nel dibattito internazionale quando, a fine aprile, Vivek Murthy, il massimo rappresentante dell’amministrazione statunitense per le politiche Sanitarie (il surgeon general), ha pubblicato un documento di 80 pagine che sintetizza la strategia con cui il governo federale vuole creare consapevolezza sull’emergenza solitudine. La portata del problema, ingombrante già prima del Covid-19, è enorme. Secondo le rilevazioni statistiche gli americani che dicono di sentirsi invisibili, insignificanti e soli sono uno su due. Non solo anziani. Uomini e donne. Ricchi e poveri. Il dossier non si limita a descrivere il fenomeno in termini epidemiologici.

La lettera che ne fa da introduzione suona quasi come un appello alla comunità: «È ora che ognuno di noi inizi, nella propria vita, a rafforzare le relazioni. [...] Rispondi alla telefonata di quel tuo amico. Trova il tempo per condividere un pasto con qualcuno. Ascolta senza la distrazione chi ti parla. Compi un atto di servizio. Esprimi te stesso in modo autentico».

Perché, ci si chiede, un alto funzionario degli Stati Uniti è arrivato a dover segnare, quasi con tono paternale, l’urgenza di aprire gli occhi sulla solitudine? Secondo alcune teorie evolutive l’assenza di contatti con il mondo circostante innesca una catena di meccanismi negativi di involuzione neurobiologica. Condizione che accelera i processi infiammatori, riduce il funzionamento del sistema immunitario e aumenta il rischio di morte prematura in una percentuale compresa tra il 26 e il 29%.

Chi è solo è più esposto al rischio di malattie respiratorie, infarto, ictus, depressione e demenza. Prendersi cura delle persone sole è anche – dal punto di vista delle istituzioni – a prevenire le malattie che fanno aumentare la spesa sanitaria e a mantenere intatta la produttività della forza lavoro. Nel Regno Unito è stato stimato che la solitudine degli over 50, persone nel pieno della professione, costa al Sistema sanitario nazionale (Nhs) circa 1,8 miliardi di sterline all’anno in spese per acciacchi causati da prolungata mancanza di contatti.

Dal «surgeon general» degli Stati Uniti
un dossier per rendere il Paese consapevole
di una piaga sociale e del dovere di prendersi cura degli altri
Molti soffrono di un senso di abbandono
da parte delle istituzioni e della comunità
E diventano sensibili agli estremismi
La solitudine è una piaga dilagante nei Paesi più ricchi, e non solo.
Un trend che ha serie ricadute sanitarie e culturali

Di solitudine, infatti, non soffrono solo gli americani. Le storie dell’ingegnere informatico di Los Angeles che paga 80 dollari all’ora per ricevere abbracci, o dell’imprenditore indiano che affitta un amico con cui andare a cena a Manhattan, fanno il paio con quella di un’anziana signora giapponese che ruba uva al supermercato per farsi arrestare con la speranza di trovare in carcere una forma di comunità. Il bisogno di compagnia, a tratti disperato, dilaga nella gran parte dei Paesi sviluppati. Nel Regno Unito il nodo è talmente delicato che nel 2018 l’allora governo di Theresa May istituì un ministero ad hoc per la lotta alla solitudine. Iniziativa, replicata anche in Giappone, da cui sono derivate diversi programmi di prevenzione del fenomeno dei quali sono protagonisti i medici che “prescrivono”, come se si trattasse di un farmaco, attività di gruppo e incentivi all’amicizia per i pazienti a rischio. Di solitudine è ammalato persino un Paese votato al collettivismo istituzionale come la Cina.

Quando i ricercatori della Chinese Academy of Science hanno analizzato i testi delle dieci canzoni più ascoltate dal 1970 al 2010 hanno scoperto che il pronome “noi” e l’aggettivo “nostro” sono caduti in disuso a favore di “io” e “mio”. I risultati di un ampio sondaggio realizzato dalla Commissione Europea, presentati a Bruxelles il 6 giugno, sono diversi da quelli statunitensi, ma non trascurabili. I cittadini comunitari che nel 2022 hanno dichiarato di soffrire spesso o sempre di solitudine sono il 13%. Percentuale che sale al 35% se si allarga la ricerca a episodi sporadici. Il fenomeno interessa in particolare Irlanda, Lussemburgo, Bulgaria e Grecia. Livelli più bassi (al di sotto del 10%) si osservano nei Paesi Bassi, nella Repubblica Ceca, in Austria e Croazia.

L’Italia è inclusa nella fascia tra il 13% e il 14%. Non ci sono molti studi riguardanti l’Africa e l’America del Sud. Ma secondo alcuni esperti si tratta solo di un buco statistico non indicativo dell’immunità al “virus”. La portata del problema potrebbe essere anche più ampia di quanto raccontano le rilevazioni perché associato a uno stigma difficile da ammettere persino a sé stessi. Vissuto come un fallimento personale, come una colpa, non come l’esito di determinate circostanze.

Come è possibile che si sia arrivati a tanto? Secondo la scrittrice Noreena Hertz, autrice de Il secolo della solitudine (edito in Italia dal Saggiatore), questo è il risultato di società che hanno incoraggiato i singoli a pensare solo a sé stessi e a vedere gli altri come concorrenti o nemici. Residuo della modernità, avvelenata anche da smartphone e social media, che costringe a ripensare la stessa definizione di solitudine. «Non è solo privazione di amore, compagnia o intimità – scrive – e neppure sensazione di essere ignorati, inosservati o trascurati da amici, parenti e vicini». Il senso di abbandono di cui molti soffrono è quello che deriva anche dalla mancanza di supporto della comunità, dei rappresentanti al governo, delle istituzioni in generale. Un senso di tradimento che, precisa, «li espone al richiamo del populismo e degli estremisti politici».

Nell’immediato secondo Dopoguerra fu la filosofa Hannah Arendt a denunciare, prima di qualsiasi altro, il nesso tra solitudine e «politica dell’intolleranza». «L’esperienza del non appartenere in alcun modo a questo mondo – scriveva – è l’essenza dei governi totalitari». Il mondo, oggi, non è certo quello del secolo scorso. Ma è bene non trascurare quello che per politologi e sociologi è un dato di fatto: più gli individui si allontanano tra loro, come atomi che si respingono, più difficile diventa gestire le differenze e le frizioni di cui si nutre il populismo. Lo diceva anche il poeta inglese George Eliot a fine Ottocento: «Quale solitudine è più solitaria della sfiducia? ». Ci si chiede se la “recessione sociale” causata dalla solitudine possa essere frenata dall’intelligenza artificiale che propone robot progettati per fare compagnia a chi non ce l’ha. È tuttavia difficile pensare di trovare consolazione in un abbraccio meccanico. A dirlo è la scienza: è la carezza, caldo gesto umano, a poter curare. Anche quella di uno sconosciuto. Il contatto umano attiva il nervo vago, abbassa i battiti del cuore e irriga calma nel corpo.

Il dibattito pubblico ruota attorno alla necessità di investimenti in spazi comunitari per esercitare l’amicizia. Più biblioteche, centri giovanili, banche del tempo, condomini solidali. Più panchine al parco su cui ritrovarsi a scambiare due chiacchiere. Soluzioni pensate per il “noi”, in cui si fa esperienza della vicinanza fisica ed emotiva, in cui si esercita la convivenza, il confronto e la stessa democrazia. Interventi mirati, dall’alto e dal basso. Tra gli addetti ai lavori c’è chi, tuttavia, non perde l’occasione per ricordare che tutti sono chiamati a fare la propria parte.

È importante che ciascuno provi a reinventare il proprio modo di stare nel mondo aprendolo al dare (non solo al ricevere), alla partecipazione attiva, all’empatia, alla solidarietà e alla gratitudine nei confronti di chi, spesso nell’ombra, si prende cura degli altri. Come portieri di una squadra di calcio che, per usare un’immagine romanzata, sono condannati a guardare la partita da lontano, senza muoversi dalla porta, aspettando in solitudine l’occasione di essere notati.