Opinioni

La nostra fede non solo per noi. La forza di vivere

Marina Corradi giovedì 1 ottobre 2015
Sono tempi in cui, ad ascoltare ogni sera il tg, rischi di essere sopraffatto: dalle endemiche malattie di questo Paese, dalle sue emergenze croniche, dalla corruzione, dalle storie di violenza che nel web sembrano moltiplicarsi all’infinito. Ma, ha detto il cardinale Bagnasco ai vescovi italiani da ieri riuniti a Firenze in Consiglio permanente, tutto questo non deve farci dimenticare che l’Italia è fatta di gente che lavora, che cresce i suoi figli, che aiuta il prossimo, gratuitamente. In Italia c’è un «popolo degli onesti», che porta avanti ogni mattina la sua storia. Come un’asse forte, su cui camminiamo. Sì, la mafia, l’inquinamento, le tangenti, la disoccupazione giovanile, il bullismo; c’è tutto questo fra noi, eppure c’è, sommesso, silenzioso, dell’altro. Ed è da quest’“altro”, che occorre ripartire.Come? ci si può chiedere – e con più fatica quanti più sono gli anni, perché la disillusione alimenta il cinismo. Fra poche settimane, ricorda il cardinale, si apre l’anno della Misericordia. Comincia, dunque, «un tempo di grazia». «Tenere fisso lo sguardo sulla misericordia», ha esortato il Papa, indicendo l’anno giubilare: e, dice Bagnasco, «l’esperienza di essere continuamente rinnovati dal perdono ci spinge a usare a nostra volta misericordia». Verso chi sbaglia, o anche verso chi, disperato, bussa alla porta. Perché nella coscienza della misericordia di Dio per noi, ognuno può cambiare, e rinascere anche se è vecchio, come Nicodemo. La misericordia come contrario del cinismo, che sa già ogni cosa, che mura ogni speranza; e perfino come superamento della giustizia. Perché l’umana giustizia retribuisce, ma la misericordia fa molto di più: ri-crea, e ricomincia da capo.Dunque, c’è un popolo in Italia, e oggi è richiamato alla misericordia, alla certezza di chi confida in un Dio che perdona. C’è quest’asse, e c’è come una volta sovrastante: un cielo buono. Dentro a un simile ampio orizzonte Bagnasco vede il compito che ci è posto davanti: rifondare l’umano. Cosa che può essere fatta solo dentro una educazione integrale (ed educare, sottolinea il cardinale, non è solo, elitariamente, “puntare al meglio”, ma anche riconoscere il limite, l’insuccesso, la sofferenza).La sfida educativa annunciata cinque anni fa dalla Chiesa italiana è dunque ancora il fulcro di ogni prospettiva. Senza che occorra preoccuparsi tanto della propria “rilevanza” nell’arena pubblica, giacché, ricorda Bagnasco, «la vera questione non è essere rilevanti per il mondo, ma il rimanere fedeli a Cristo». E mille voci che si levano in difesa di pure sacrosanti principi, non operano quanto la testimonianza concreta e l’impegno quotidiano di chi vive in Cristo.Testimonianza, di che? Testimonianza di una bellezza. Della bellezza di una famiglia autenticamente cristiana, nella sua capacità di abbracciare; della pietas di chi accoglie i profughi, o della gratuità dei centri d’ascolto diocesani, che si aprono ogni giorno, ha ricordato il cardinale, a ben «cinquecentomila solitudini». Bellezza dell’umanesimo «vero e pieno» che comincia da Cristo. E qui Bagnasco riporta un’icastica annotazione del teologo Romano Guardini circa l’efficacia dell’educazione: «Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò che l’educatore fa; solo il terzo, ciò che dice». Il fattore fondante di una testimonianza cristiana, è in ciò che siamo, prima di ogni parola. (Lo capiscono bene i figli bambini, che istintivamente discernono ciò che ripetiamo come a memoria, stancamente, da quello che abbiamo nel cuore). E il nostro compito è la testimonianza della bellezza della vita, in Cristo. La bellezza che, come intuì Dostoevskij, salverà il mondo, è qualcosa che non si proclama, ma si vive.Mentre in Europa si alzano i muri, e ci si addestra – ieri nella Repubblica Ceca – a respingere con la forza i profughi, come invasori, questa bellezza sta, sommessa, nelle case che si aprono, nei mille volti di chi offre un tetto e una mano. Suscitando, forse, meraviglia in chi è abituato a essere respinto come un pacco; in chi non fa più notizia, se cade folgorato dentro l’Eurotunnel, come ieri un altro ragazzo di vent’anni, di cui non sappiamo il nome. Così che, mentre qualcuno grida all’«invasione», la Chiesa italiana disegna un altro orizzonte: accogliere chi è solo o povero, o chi fugge, riconoscendo in ogni perseguitato il volto di Cristo. È questa la sommessa, grande bellezza cristiana che, pure tra errori e sbandamenti, rinasce da duemila anni, da una generazione all’altra; è semplicemente questa, la inerme bellezza che ci salverà.