Opinioni

Dopo il referendum. Costituente? Solo quando «vedremo» davvero la crisi

Marco Olivetti mercoledì 1 marzo 2017

(Foto Ansa d'archivio)

La sconfitta della riforma costituzionale nel referendum del 4 dicembre 2016 non ha chiuso in alcun modo la questione dell’adeguatezza delle istituzioni politiche italiane alle sfide del nostro tempo. Né poteva essere così: quali che fossero i meriti e demeriti della riforma approvata dal Parlamento su proposta del Governo Renzi, certo i problemi cui essa tentava di fare fronte non erano una invenzione, come dimostra la storia infinita – ormai ultratrentennale – del dibattito sulle riforme istituzionali. Ora, tre mesi dopo il referendum, è quanto mai evidente la situazione di anomia nella quale si dibatte il processo democratico in Italia. Certo, una volta tanto l’incertezza non è un nostro monopolio, e basta un’occhiata sulle prime due settimane della presidenza Trump, o sulle traversie della Brexit o, ancora, sulle prossime presidenziali francesi – le più delicate da sempre – per rendersi conto che almeno i guai non sono solo nostri. Tuttavia, c’è una differenza, spesso ignorata anche da chi considera intoccabile in ogni sua parte la Costituzione del 1947: nel nostro caso sono in gioco le regole istituzionali, non solo gli attori.

Le istituzioni politiche, non solo i partiti, sono in uno strato di prostrazione. Non solo è incerto cosa accadrà con le prossime elezioni politiche, ma pare esservi una certezza, che però è di tipo negativo: dopo le elezioni il caos è destinato ad aumentare ed appare oggi poco probabile che le prossime consultazioni – che si tengano a giugno, a ottobre o a febbraio prossimo – possano produrre una maggioranza in entrambe le Camere. L’incertezza, dunque, è l’unica certezza della politica italiana dei prossimi anni. Non deve dunque stupire che serpeggi qua e là fra gli intellettuali e nel mondo politico la proposta di convocare un’Assemblea costituente. L’ultima proposta in questo senso l’ha lanciata pochi giorni fa su 'La Stampa' lo storico Giovanni Orsina, suggerendo di eleggere, congiuntamente a Camera e Senato, anche un’Assemblea costituente, incaricata di riformare la seconda parte della Costituzione. Orsina è consapevole di proporre qualcosa di poco realizzabile (oltre che di difficile praticabilità dal punto di vista della legittimità costituzionale), ma vede in una Costituente un tentativo di frenare il caos o la palude che ci attengono, sullo sfondo di uno scenario internazionale assai convulso.

Ma cosa ha di magico una Costituente? A essa si suole ricorrere in due tipi di situazioni: da un lato, quando l’ordine costituzionale precedente è stato spazzato via da una rivoluzione, da una guerra perduta o da un colpo di Stato e occorre rifondare le istituzioni. Dall’altro, quando l’ordine politico scivola nell’anomia ed è incapace di riformarsi (non a caso oggi se ne parla in altre democrazie consolidate, come Spagna, Cile e Uruguay). Ma a ben vedere, i casi concreti di ricorso a una Costituente in questo secondo tipo di situazioni non sono poi molto frequenti, almeno in Europa. E soprattutto, delle due l’una: o vi è un largo consenso fra le forze politiche per aggiornare la Costituzione, e allora il ricorso ad una Costituente non è forse necessario, e basta seguire le vie normali per la riforma costituzionale; oppure il consenso manca, ma vi è una leadership forte capace di rompere gli equilibri vigenti e di aprire la via a una nuova Costituzione: è quanto è accaduto nel 1998-99 in Venezuela e nel 2008-09 in Bolivia ed in Ecuador.

Come che sia, tutto si può dire fuorché che manchi la ragione di invocare una Costituente: l’anomia del nostro processo democratico la giustificherebbe. Ma questa via non è percorribile per un’altra ragione, strettamente legata al fallimento delle riforme dello scorso anno. La crisi delle istituzioni politiche non è autoevidente, malgrado se ne parli da 35 anni. Il mito della Costituzione del 1947 resiste non solo sulla sua natura di patto fondativo, ma anche circa i concreti (e transeunti) equilibri istituzionali da essa creati. E questo anche per un’altra ragione: se è in crisi la dimensione politica della Costituzione italiana – le regole del processo democratico e le istituzioni sociali e politiche in cui questo si manifesta: i partiti, il parlamento, il governo, le autonomie territoriali – al tempo stesso la dimensione normativa della Costituzione non ha mai goduto di una salute migliore.

La dimensione normativa della Costituzione sono i princìpi sostanziali che la reggono e che sono 'gestiti' in buona misura al di fuori del processo democratico, in quanto i loro attori principali sono le giurisdizioni, quelle ordinarie e speciali e quella costituzionale. Ora, la crisi della dimensione politica della Costituzione italiana, sempre più evidente negli ultimi decenni, si è accompagnata ad una irresistibile ascesa dei poteri giudiziari. Al punto che non pochi osservatori, soprattutto fra i costituzionalisti, sembrano convinti che la Costituzione possa ormai esaurirsi in una serie di princìpi applicati dai giudici, rispetto ai quali la politica ha un ruolo marginale, quasi solo di mero esecutore. Questo approccio, che svaluta la natura democratica della Costituzione italiana, finisce per non vedere il problema della crisi radicale del processo democratico, che richiede attori stabili e istituzioni organizzate, nella società prima che negli organi costituzionali (sindacati, partiti, corpi intermedi di vario tipo, tutti soggetti oggi fortemente indeboliti).

La ragione ultima per cui non è sensato, oggi, ragionare di una Costituente, è perché la nostra cultura politica e giuridica non è pronta a questo passaggio: essa non vede la gravità della crisi delle istituzioni politiche e mentre a volte la riduce a una semplice esigenza di moralizzazione dei politici, quando volge il suo sguardo sulle regole vede solo la forza dei princìpi costituzionali. Questo 'negazionismo' della crisi della democrazia italiana non spiega solo l’esito del referendum, ma rende impraticabile anche il ricorso a una Costituente. Occorre prima sperimentare per un bel po’ la palude che ci attende, per trovare consapevolezza della imprescindibile necessità di riprendere il cammino delle riforme che è stato interrotto il 4 dicembre.