Opinioni

Battaglia contro la «surrogata» e «giustizia del giorno dopo» per i figli

Marco Tarquinio venerdì 17 marzo 2023

Gentile direttore,

l'editoriale di “Avvenire” del 15 marzo firmato da Giuseppe Anzani tratta la questione di “chi sia figlio un figlio”, con ovvio riferimento al dibattito in atto anche in Parlamento e ai fatti di Milano sul riconoscimento di maternità e paternità a coppie di omosessuali, maschili o femminili. Lucida l'analisi e giuste molte considerazioni salvo, a mio avviso, la conclusione, che in nome della “giustizia del giorno dopo” apre le porte al riconoscimento di genitorialità a coppie di omosessuali che per ottenerla siano ricorsi al cosiddetto “utero in affitto” o al pagamento di una fornitura della “banca del seme” per una fecondazione artificiale. So benissimo che quanto viene scritto in un editoriale di “Avvenire” ha l'approvazione del Direttore, ma spero che almeno l'invito a una ulteriore riflessione al riguardo da parte di un lettore da molti anni abbonato venga accolta, rendendola pubblica. A fatto accaduto, secondo quanto sostenuto da Anzani, non resta che prenderne atto e quindi procedere secondo un altro criterio. L'invito che da sociologo mi sento di fare è che la valutazione etica di una norma deve comprendere anche effetti indiretti della cosiddetta “giustizia del giorno dopo”. Sapendo che in ogni caso il figlio comprato, cui è stato negato il diritto “primo” di crescere in una famiglia formata dai genitori, potrà essere riconosciuto come figlio della coppia omosessuale, si crea una condizione che favorisce una maggiore frequenza di casi nei quali si ricorre all'acquisto di seme alla relativa banca (con i caratteri fisici ben certificati) o all'affitto di utero di una donna. Si può fare buona etica sociale non considerando gli effetti indiretti di una norma? Le norme hanno conseguenze sul costume: possibile che ciò sia irrilevante nello stabilire cosa sia giusto “il giorno dopo”? Cordiali saluti.

Renzo Gubert


Ha ragione, gentile e caro dottor Gubert, anzi permetta che la chiami ancora senatore: gli editoriali di “Avvenire” hanno sempre l’approvazione del direttore e nascono da un dialogo con me. Condivido ogni parola del bellissimo editoriale di un giurista di finissima dottrina e di straordinaria umanità come il giudice Giuseppe Anzani. Ci sono pronunciamenti della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione a sezioni unite che mettono paletti e danno direzione a quella “giustizia del giorno dopo” per i figli che Anzani ha richiamato. E la principale strada indicata non è l’attribuzione facile di genitorialità, ma il percorso prezioso, delicato e rigoroso dell’adozione. Perché la “giustizia del giorno dopo” non è abitata da princìpi astratti, ma da bambini e bambine in carne e ossa con relazioni affettive di cui non si può ignorare l’esistenza e, quando c’è, e molte volte c’è, il valore. La ministra Roccella ieri, in un’intervista, al “Corsera” ha sviluppato misurati ragionamenti analoghi. Noi di “Avvenire”, da cronisti, da portatori di opinioni, da cittadini ci battiamo da anni (dapprima in solitudine, poi con sempre più alleate e alleati) contro la pratica della maternità surrogata, ovvero contro l’uso del corpo di una donna come incubatrice di figli altrui e contro il commercio di gameti umani. Non ci rassegniamo al fatto che anche in questo modo il corpo umano diventi i suoi “pezzi”, prezzati in maniera più o meno smaccata o dissimulata, da vendere e comprare sul bancone del mercato globale. E chiediamo, con altre e altri, il bando mondiale dell’utero in affitto (qualcuno dice che si tratta di un’espressione dispregiativa, ma il disprezzo della donna non è di chi denuncia una simile pratica, ma di chi la sostiene e la incentiva). Ma io non toglierei mai un bambino all’ambiente in cui sta crescendo se è un ambiente che gli dà serenità e amore.