Attualità

La protesta. Una Carta per i testimoni di giustizia

Vincenzo R. Spagnolo martedì 27 ottobre 2015
«Ho scelto di restare a Palmi per tenere in piedi la mia impresa, difesa da un minimo di misure di protezione. Non mi sento solo e non sono uno che si lamenta. Ma lo Stato, finora, non si è posto il problema di come aiutare imprese come la mia...» L’imprenditore calabrese Gaetano Saffioti 13 anni fa ha denunciato le estorsioni della ’ndrangheta. Le sue dichiarazioni hanno portato a processi, condanne e ulteriori inchieste. È una di quelle persone oneste e coraggiose che hanno denunciato di aver assistito a un grave crimine o ne sono state vittime e sono incluse nel programma di protezione del Ministero dell’Interno insieme alle loro famiglie. Si chiamano testimoni di giustizia e al momento sono 83 (erano 57 nel 1995, 86 l’anno scorso), insieme a 271 loro familiari. Molti vivono vite nascoste, lontano dalla propria città, con documenti nuovi, un altro lavoro o un sostegno economico. Altri, come Saffioti, hanno scelto di restare al timone della propria attività (la sua azienda produce materiali edili e dà lavoro a diversi dipendenti) per dare un segnale di resistenza morale e civile. Non è il solo: nel Casertano, ad esempio, c’è Roberto Battaglia, rimasto con coraggio a produrre mozzarelle di bufala dopo aver denunciato i Casalesi.La popolazione "protetta" dalle misure del Viminale ammonta a 6.215 persone, perché ai testimoni vanno sommati gli attuali 1.230 collaboratori di giustizia (i "pentiti", ex mafiosi o criminali che hanno fornito dichiarazioni utili alle indagini) e 4.631 loro familiari. Per la loro tutela e il loro sostentamento, lo Stato spende circa 80 milioni di euro. I dati fanno parte di un rapporto curato da un gruppo di esperti guidati dal viceministro dell’Interno Filippo Bubbico. Sarà lui, domani a Roma, a presentare la "Carta dei diritti e dei doveri per la protezione  dei testimoni e collaboratori di giustizia", alla presenza dei ministri di Interno e Giustizia, Angelino Alfano e Andrea Orlando, della presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi e del procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti. Un documento che arriva 25 anni dopo il primo decreto legge sui pentiti varato su impulso di Giovanni Falcone e a 15 dalla legge di modifica che introdusse il riconoscimento dei testimoni di giustizia, distinti per status e forme di protezione dai collaboratori. Una legislazione spesso carente all’atto pratico, come mostrano le difficoltà vissute da decine di testimoni: dai problemi dei figli legati ai cambi d’identità, alla difficoltà di trovare un lavoro dignitoso, alla beffa di cartelle esattoriali non più dovute fino al non poter vendere le proprietà rimaste nella città d’origine per acquistarne nella nuova località di residenza in vista dell’uscita dal programma di protezione prevista in genere al termine di inchieste e processi nei quali si è fatto da teste. Ciò comporta sconcerto e rabbia, vissuti in silenzio o manifestati con gesti choc come l’allontanamento dalla località protetta o proteste in tv. Gli ultimi due, nel febbraio 2014, sono stati gli imprenditori-testimoni Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi (il primo ha denunciato la mafia dell’Agrigentino, il secondo il narcotraffico nello spezzino) incatenatisi davanti al Viminale perché si sentivano abbandonati: «Ci sentiamo usati e dimenticati» dichiararono.La Carta elenca diritti e doveri, basterà a evitare casi d’abbandono o disperazione? Per Saffioti «finora è capitato che lo Stato sia andato in soccorso di chi faceva più rumore mediatico. Spero che questo cambi con fatti concreti. Servirebbero ad esempio, per l’imprenditore che denuncia, corsie preferenziali negli appalti, anche d’importo minimo. In terre di mafia, consentirebbero di difendere occupazione e legalità».