Il Mondiale delle seconde patrie: 1 giocatore su 4 è nato in un Paese diverso da quello che rappresenta
Le nazionali non sono più la fotografia di uno Stato ma assomigliano a grandi alberi genealogici, dove si intrecciano migrazioni, appartenenze multiple e storie incredibili

C’è una scena che il Mondiale nordamericano sta ripetendo quasi ogni giorno. Un giocatore ascolta un inno nazionale, ma nella sua biografia ci sono almeno due Paesi, spesso tre lingue e una storia familiare che attraversa gli oceani. Non è un’eccezione. È la nuova normalità del calcio globale. Clamoroso il caso della nazionale del Marocco che ha pareggiato l’altra sera con il Brasile. In campo ad un certo punto c’erano Yassine Bounou (nato in Canada) Chadi Riad, Achraf Hakimi e Ismale Salibari (nati in Spagna); Noussair Mazraoui (nato nei Paesi Bassi); Issa Diop, Neil El Aynaoui, Ayyoub Bouaddi e Samir El Mourabet (nati in Francia); Chemsdine Talbi e Bilal El Khannouss (nati in Belgio). Per la prima volta nella storia del calcio (e forse dello sport intero) undici giocatori su undici di una nazionale non sono nati nel Paese per il quale stanno giocando.
Il Mondiale a 48 squadre, il primo davvero planetario, sta raccontando qualcosa che va oltre il pallone. Le nazionali non sono più semplicemente la fotografia di uno Stato. Assomigliano piuttosto a grandi alberi genealogici, dove si intrecciano migrazioni, famiglie e appartenenze multiple. Il calcio, che per decenni è stato considerato il luogo delle identità nazionali più rigide, sembra diventato uno dei migliori laboratori della società contemporanea. I numeri sono impressionanti. Secondo diverse analisi pubblicate durante il torneo, quasi un giocatore su quattro è nato in un Paese diverso da quello che rappresenta e ben otto nazionali hanno una maggioranza di calciatori nati all’estero. Ma i numeri, da soli, non raccontano nulla. Sono le storie a spiegare il fenomeno.
Prendiamo il Giappone. Il suo portiere, Zion Suzuki, è nato negli Stati Uniti, nel New Jersey, da madre giapponese e padre ghanese. È cresciuto tra culture diverse e oggi difende la porta dei Samurai Blu. Oppure la Corea del Sud, che ha convocato Jens Castrop, nato in Germania da madre coreana e padre tedesco, cresciuto calcisticamente nel sistema tedesco prima della scelta della nazionale asiatica. L’Iraq, tornato al Mondiale dopo quarant’anni, è forse il simbolo più evidente di questo calcio delle diaspore. Il centrocampista Zidane Iqbal è nato a Manchester. Hussein Ali è cresciuto a Malmö, in Svezia. Frans Putros è nato ad Aarhus, in Danimarca. Merchas Doski in Germania. Ali Al-Hamadi ha sviluppato il suo calcio in Inghilterra. Ognuno porta addosso una geografia familiare complessa, ma tutti hanno scelto di rappresentare la terra delle proprie radici.
Anche il Marocco continua il percorso che aveva stupito il mondo in Qatar. Se quattro anni fa i Leoni dell’Atlante avevano conquistato una storica semifinale con una squadra profondamente legata alle comunità marocchine d’Europa, oggi quella strada è stata ulteriormente rafforzata: gran parte della rosa è composta da giocatori cresciuti tra Francia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Per anni si è detto che la globalizzazione avrebbe cancellato le identità. Il calcio sembra raccontare il contrario. Le identità non spariscono. Si moltiplicano. E la domanda che accompagna molti di questi ragazzi è sempre la stessa: “Da dove vieni davvero?”. Ma forse è una domanda che appartiene al Novecento. Un ragazzo nato a Londra da genitori ghanesi, cresciuto parlando inglese in strada e twi in casa, non vive necessariamente un conflitto. Porta semplicemente con sé entrambe le appartenenze.
Il calcio, del resto, è sempre stato un archivio delle grandi migrazioni. L’Italia del dopoguerra aveva gli oriundi sudamericani. La Francia campione del mondo ha raccontato la storia delle migrazioni dal Nord e dall’Africa occidentale. La Svizzera ha assorbito le ferite della dissoluzione jugoslava. Oggi il Mondiale a 48 squadre rende questo fenomeno ancora più evidente. Esiste poi un’altra geografia, meno evidente ma altrettanto importante: quella delle lingue. Che lingua parla una nazionale moderna? La risposta più ovvia sarebbe quella dell’allenatore. In realtà gli spogliatoi contemporanei sono luoghi di traduzione continua. Ci si allena in un Paese, si gioca in un altro, si torna a casa parlando la lingua dei genitori. Una battuta nasce in un idioma, un’indicazione tattica arriva in un altro, una preghiera prima della partita magari in un terzo. Il calcio è sempre stato definito un linguaggio universale. Forse sarebbe più corretto dire che è un linguaggio capace di ospitare tante lingue diverse.
La globalizzazione del pallone non ha prodotto giocatori senza radici. Ha prodotto atleti con radici più profonde e ramificate. Basta osservare alcune delle stelle del torneo. Lo spagnolo Lamine Yamal porta nella sua storia familiare il Marocco e la Guinea Equatoriale. Lo svedese Alexander Isak è figlio di genitori eritrei e ha raccontato di sentirsi appartenente a entrambe le culture. Il belga Jérémy Doku mantiene vivo il legame con le origini ghanesi della sua famiglia e parla quattro lingue. Ma il Mondiale racconta anche un’altra genealogia. Quella dei figli. Figli di immigrati, certo. Ma anche figli di calciatori. Il calcio continua a essere uno dei pochi mestieri in cui la trasmissione familiare rimane fortissima. Non perché il talento sia ereditario, ma perché si eredita un ambiente, un lessico, una passione. L’esempio più famoso fuori da questo Mondiale resta Thiago Alcântara, figlio del campione del mondo brasiliano Mazinho, cresciuto tra Brasile e Spagna e capace di parlare cinque lingue. Oppure Alexis Mac Allister, campione del mondo argentino, appartenente a una famiglia dove il calcio attraversa generazioni: il padre Carlos, gli zii, i fratelli, i cugini.
Ma la genealogia del calcio non coincide sempre con il successo sportivo. Talvolta coincide con il sacrificio. L’australiano Awer Mabil, presente anche in questo Mondiale, è nato in un campo profughi in Kenya da una famiglia fuggita dal Sud Sudan. Arrivato bambino in Australia, ha trasformato il calcio in una storia di integrazione e oggi ha fondato una fondazione per aiutare altri rifugiati. Dietro molti protagonisti del torneo si scoprono padri che hanno attraversato il mare, madri che hanno cambiato continente, nonni che hanno custodito una lingua e una memoria. Il talento individuale esiste, naturalmente. Ma raramente nasce nel vuoto. È quasi sempre il prodotto di una comunità. Forse è questa la vera novità del Mondiale nordamericano. Si gioca in tre Paesi che, per ragioni diverse, sono stati costruiti da grandi movimenti migratori. E il torneo sembra riflettere quella stessa geografia umana. Le seconde patrie non cancellano la prima. Le lingue non si sostituiscono, si sommano. I figli non sono chiamati a scegliere quale parte della propria storia rinnegare. In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra costringere le persone dentro identità sempre più rigide, il calcio racconta una storia diversa. Una nazionale non è soltanto una bandiera. È una comunità di memoria e di futuro.
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