Ad Haiti la festa dei Mondiali non sta cancellando il caos

Il ritorno di un sogno dopo oltre cinquant’anni: così il calcio diventa un motivo di orgoglio e speranza in un Paese segnato dalla violenza delle bande armate
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June 19, 2026
Ad Haiti la festa dei Mondiali non sta cancellando il caos
La nazionale di Haiti dopo il debutto mondiale contro 
la Scozia
/ Reuters
Due altoparlanti spuntano in cima a una strada di Delmas, a Port-au-Prince, la capitale di Haiti. Non c’erano, fino a due settimane fa. Servono ad ascoltare l’inno haitiano e – quando è possibile – anche una telecronaca delle partite. Tra gli stretti saliscendi del quartiere, la gente si raduna attorno alle televisioni: dopo più di cinquant’anni, la squadra del Paese è ai Mondiali. «Abbiamo fatto anche una sfilata di motociclette con le bandiere haitiane» dice Pierre Jean, che a Delmas vive e lavora come educatore. «Crediamo molto nella nostra squadra – dice – anche se abbiamo già subìto un’ingiustizia: contro la Scozia avevamo diritto a due rigori che non ci sono stati dati». È la polemica che si può leggere anche sui giornali locali dopo la prima partita del 14 giugno. «Comunque, andiamo avanti».
Già le qualificazioni di novembre erano state una festa: Pierre Jean era sceso in strada a festeggiare. Non succede spesso, a Port-au-Prince. Quello stesso giorno, due bambine del suo quartiere erano state rapite, le loro famiglie ricattate, una sparatoria aveva sconvolto la vita di decine di persone, due isolati più in là. È la quotidianità della capitale dell’isola, controllata al 90% dalle bande armate che razziano interi quartieri, uccidono, bruciano e prendono il controllo. Solo nel 2026, i morti per gli scontri armati sono stati più di 2.300. I feriti più di 1.100. Un milione e mezzo gli sfollati.
Anche il calcio può aiutare a raccontarlo. La partecipazione della squadra di Haiti viene definita un “miracolo sportivo”. La squadra nazionale non ha mai potuto giocare in casa, in questi anni. Lo stadio principale è in mano alle bande armate, così come altre strutture calcistiche. I giocatori si sono spostati nell’arena del Curaçao. L’allenatore, il francese Sébastien Migne, a Port-au-Prince non ha mai potuto mettere piede. «È troppo pericoloso», ha spiegato ai giornalisti. Per questo già le qualificazioni sono state festeggiate con orgoglio. Lo stesso che ha accompagnato tante fasi della storia dell’isola. E che gli haitiani hanno provato a stampare sulla divisa ufficiale della nazionale, salvo poi dover fare un passo indietro.
È successo a pochi giorni dal fischio d’inizio delle prime partite: la Fifa ha chiesto alla squadra di modificare le sue divise perché contenevano simboli politici, che la Federazione non accetta per regolamento. Sulle divise, c’era una scena centrale per la storia dell’isola. Era il 1804 e fino a quel momento Haiti era una colonia francese.
La chiamavano “la perla dei Caraibi”. Fino a che i colonizzati non decisero di ribellarsi, di sfidare l’ordine costituito. Fu la prima rivolta di schiavi che ebbe successo, e diede vita alla prima Repubblica nera della Storia: Haiti. L’immagine ritraeva una scena della Battaglia di Vertières, l’ultima prima dell’indipendenza. Ora il disegno non è più visibile. Ma ogni volta Haiti prova a portare la sua storia sui palcoscenici internazionali: una dinamica identica era accaduta anche alle olimpiadi invernali. Il curriculum delle partecipazioni mondiali dell’isola caraibica è breve: una sola qualificazione, nel 1974. L’eliminazione avvenne subito dopo le partite del primo girone. Eppure, la squadra fu protagonista di un momento indelebile per il calcio dell’epoca. La prima partita del torneo ufficiale, Haiti la giocò contro l’Italia. Non era un anno qualsiasi: grazie al suo Dino Zoff, la nazionale azzurra non subiva gol da 12 partite, più di 1000 minuti, era un record. L’ultima rete subita era stata due anni prima durante un’amichevole con la Jugoslavia. Era l’Italia del portiere «migliore del mondo», come lo definirono allora alcuni giornali. E di una difesa impenetrabile che, però, la piccola Haiti riesce a rompere. Il giocatore haitiano Emmanuel Sanon lancia la palla in rete sei minuti dopo l’inizio del secondo tempo: è gol. Furono minuti di assoluta celebrità. Zoff non era più imbattibile. L’isola perderà poi 3 a 1, ma ciò che accadde fu definito “un’impresa”.
Cinquant’anni dopo, Haiti è di nuovo in campo. Le bandiere sventolano per alcuni quartieri della capitale. C’è attesa. Ma il calcio non ferma certamente la violenza delle gang. Il 16 giugno, il segretario generale dell’Onu Guterres ha visitato il Paese. La crisi umanitaria - ha detto - «è disperata». E questo gli haitiani già lo sanno. Chissà che gli altri se ne accorgano.

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