Da Cuba a Milano, il sogno di Simón continua fino a Los Angeles 2028

Il grande schiacciatore dell'Allianz Powervolley Milano si racconta, dalla sua infanzia povera all'Avana fino allo storico pass olimpico appena conquistato
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October 29, 2026
Da Cuba a Milano, il sogno di Simón continua fino a Los Angeles 2028
La schiacciata vincente del gigante cubano dell'Allianz Powervolley Milano Robertlandy Simón, 39 anni (foto Lega Volley Italiana)
Prendendo a prestito il titolo del romanzo Il re dell’Avana del suo connazionale, lo scrittore cubano Pedro Juan Gutiérrez, Robertlandy Simón dall’alto dei suoi 204 centimetri è l’ultimo re del volley dell’Isla Bonita. A 39 anni, lo schiacciatore più forte del mondo, appena ingaggiato dall’ambiziosa Allianz Powervolley Milano, ha passato metà della sua vita agonistica ad inseguire il sogno olimpico e finalmente l’ha acciuffato. Simón e i suoi fratelli cubani hanno già il pass in tasca per i Giochi di Los Angeles 2028. «Saliremo sul podio olimpico? Non lo so, ma so che esserci arrivati è già un successo», dice il campione nato a Santiago di Cuba che, prima di trasferirsi con la famiglia all’Avana, è cresciuto a Guantanamo dove ha sede la celeberrima prigione della “vergogna” in cui il governo americano rinchiude i terroristi, ma anche quegli innocenti nemici degli Usa. Meglio pensare solo a Los Angeles 2028, dove il gigante dell'Allianz Powervolley Milano ci arriverebbe alla bella età di 41 anni, superando la star Nba LeBron James che alla soglia dei quaranta si era presentato a Parigi 2024. E pensare che anche il giovane Robertlandy sognava di diventare un cestista. «I miei genitori sono stati nazionali di basket e guardandoli tutti i giorni avevo imparato, ero pronto per entrare in una squadra ma il coach che mi voleva se ne andò e così con la pallacanestro non ho mai cominciato». Con il volley invece, che è diventato il suo mestiere, ha viaggiato, giocato e vinto in mezzo mondo. Qui da noi ha conquistato 3 scudetti e una Champions nel 2019 con la Lube Civitanova assieme agli altri due cubani Osmany Juantorena, che a 41 anni si diverte ancora con i Leopards a Taiwan e l’altro gigante Marlon Yant, finito nella fredda Russia a fare le fortune dello Zenit San Pietroburgo. Leggenda narra che il piccolo Robertlandy scelse la pallavolo per “colpa” della nazionale femminile cubana. «È la verità. Mio padre Robert si allenava nel palazzetto vicino a quello della nazionale femminile, che all’epoca era la più forte del mondo. Io passavo di lì e queste ragazze mi regalano un pallone da volley. Non conoscevo le regole e non sapevo come si giocasse, ma è stata con quella palla donata che tutto ha avuto inizio».
Scuola, palestra, allenamenti, e per sbarcare il lunario anche venditore di strada. «In casa c’era poco da mangiare, i miei erano comunque dei dilettanti dello sport a cui il governo dava solo lo stretto necessario per sopravvivere. Così per 5 pesos al giorno vendevo il refresco, una coca-cola cubana che la gente poteva acquistare per la strada a un costo popolare. Lavorare mi ha insegnato il valore del sacrificio, dal volley invece ho appreso che il talento va allenato, specie ai giudizi negativi e alle sconfitte. Quando sono entrato nel Ciudad Habana mi dicevano che avevo il fisico da basket e non da pallavolista. L’altezza ha contato ma a contare è stata la mia voglia di migliorarmi continuamente, di dare tutto in allenamento prima che in partita. In Nazionale mi ha aiutato a crescere la presenza di Pavel Pimienta e poi in Brasile ho avuto come punto di riferimento Gustavo Endres. Uomini veri ancor prima che dei grandi campioni».
Simón, da campione si è presentato a Doha per disputare il campionato del Qatar, in Sud Corea e in Brasile, vincendo ovunque titoli nazionali. Ma il suo centro di gravità permanente l’ha trovato nella nostra SuperLega, in cui è sbarcato nel 2018. «Quello italiano è uno dei migliori tornei al mondo, ma ovunque sono stato ho imparato come gestire al meglio le emozioni, i nuovi sistemi di allenamento e il diverso approccio alla cultura sportiva di quel Paese. Delle mie radici cubane mi porto dietro la voglia di farmi trovare sempre pronto, perché da noi la selezione è da sempre feroce. Noi siamo cresciuti con l’obbligo di studiare imposto dal governo. Se giochi ad alto livello hai il dovere di laurearti, io sono laureato in Scienze Motorie. Se volevi mantenere il posto in squadra non bastava essere forti in campo perché dalla scuola dovevi portare pagelle con tutti buoni voti, altrimenti l’allenatore sceglieva uno migliore e ti mandava a casa». Una dura legge dello sport, quella cubana, da cui deriva la mentalità vincente. «Io gioco sempre per vincere ma anche per offrire un bello spettacolo ai tifosi che vanno sempre rispettati. Dopo la prima partita di campionato persa a Cisterna mi sono arrabbiato tanto perché ciò che conta, anche nella sconfitta, è il “come hai perso”. Se hai dato tutto e hai giocato al meglio delle tue possibilità allora ci può stare, altrimenti devi chiedere scusa a te stesso e poi alla gente che paga il biglietto per venirti a vedere».
Con la sua nazionale il rapporto si era interrotto ai Mondiali di Roma 2010: si mise l’argento al collo e poi disse “addio Cuba”. «C’erano delle cose sbagliate che non mi andavano più bene. Prima di quel secondo posto ai Mondiali la nostra federazione aveva fatto promesse che puntualmente non vennero mantenute. Così appena ho avuto l’opportunità di uscire da Cuba l’ho fatto. La mia generazione ha aperto la strada ai giovani sportivi cubani di adesso, che possono uscire da Cuba e andare nel mondo per diventare dei professionisti. Invece la nostra federazione ancora non ci tratta come tali, sta investendo tutto sulla nazionale femminile mentre noi della maschile dobbiamo pagare di tasca nostra anche i biglietti aerei per tornare a casa. È successo di recente dopo una amichevole. Io contesto questa sproporzione, specie alla luce dello storico risultato ottenuto qualificandoci per le Olimpiadi». Tuona pacatamente il n. “13” dell'Allianz Powervolley Milano: «Il 13 è il numero che porto anche in nazionale». L’11 invece è il numero caro a Simón, perché è quello in cui sono nate le sue due figlie: «Cecilia, 15 anni, che vive all’Avana e Susan, 11 anni, che è appena ripartita per Parigi». E magari l’11, di dicembre, potrebbe essere anche il giorno in cui nascerà il suo terzogenito Dylan, che crescerà in questa Milano purtroppo barricata e devastata dai vandalismi dei “maranza”. «Brutte immagini. Forse a molti di quelli che voi chiamate “maranza” è mancata un’educazione, anche sportiva, che se l’apprendi da ragazzo ti evita di sbandare e sicuramente poi non vai in giro a sfasciare le vetrine o a rubare nei negozi. Ai miei figli sto insegnando il rispetto per gli altri e il potere della passione per ciò che fai». La passione che il campione ci mette all'Allianz Powervolley Milano sotto la guida del coach argentino Guillermo Falasca, «con lui parlo spagnolo», e del patron Lucio Fusaro, l’unico presidente della nostra pallavolo ad aver giocato in Serie A. «Lo so – sorride Simon -. Se un giorno il presidente Fusaro avesse voglia di togliersi giacca e cravatta e di presentarsi al palazzetto in maglia e calzoncini, non sarebbe affatto male se si allenasse assieme a noi».

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