L’orbita abitata e armata: il cielo non è più neutrale
di Davide Re
La fascia tra i 300 e i mille chilometri è ormai satura: migliaia tra satelliti, detriti e tecnologia riformulano l’idea di sicurezza spaziale e di guerra

Nel 2026 l’orbita bassa non è più “spazio”: è urbanistica. La fascia tra i 300 e i 1.000 chilometri sopra le nostre teste assomiglia sempre meno a un cielo vuoto e sempre più a una città invisibile, con corsie, incroci, precedenze. Qui passa la gran parte dell’economia digitale — comunicazioni, navigazione, osservazione della Terra — ed è qui che la soglia tra infrastruttura e vulnerabilità si assottiglia. E ciò che diventa infrastruttura, prima o poi, diventa anche bersaglio militare.
Un numero basta per capire la svolta. Secondo l’Agenzia spaziale europea (Esa), le reti di sorveglianza tracciano circa 40.000 oggetti in orbita; di questi, intorno a 11.000 sono satelliti operativi. Ma la parte davvero minacciosa è ciò che non si vede: oltre 1,2 milioni di frammenti più grandi di 1 centimetro (abbastanza per provocare danni catastrofici a una navicella) e circa 50.000 oggetti sopra i 10 centimetri. È la differenza tra una strada e un campo minato: puoi continuare a costruire, ma a un certo punto l’ambiente stesso inizia a reagire, con collisioni che generano altre collisioni.
Da questo scenario nasce una nuova infrastruttura civile: il controllo del traffico spaziale. Negli Stati Uniti, la Traffic Coordination System for Space (TraCSS), sviluppata dall’Office of Space Commerce della Noaa, fornisce dati di “space situational awareness” e servizi di “screening” di sicurezza agli operatori. A settembre 2025 comunicava di assistere flotte che gestiscono oltre 8.000 veicoli spaziali, rivelando che l’orbita non è più un’eccezione tecnica ma un dominio amministrato, con procedure, responsabilità e, inevitabilmente, contenziosi.
Il motore della congestione sono le megacostellazioni. Secondo Reuters, Starlink di SpaceX opera con circa 9.400 satelliti — circa due terzi degli oggetti attivi in orbita — e nel 2026 ha pianificato di abbassare molte unità da 550 chilometri a circa 480 per ridurre il rischio di collisioni e accelerare il rientro dei satelliti guasti.
Quando il traffico aumenta, aumentano anche le manovre. La Nasa, nei suoi bollettini sul debris (rifiuti), ricorda che la Stazione spaziale internazionale ha effettuato decine di collision avoidance maneuvers (manovre di evitamento di collisioni) dal 1999, un indicatore minimo ma eloquente di quanto la “città” richieda manutenzione continua. L’Esa, nel suo Space Environment Report 2025, sottolinea che non basta smettere di produrre nuovi detriti: servono regole più stringenti di rientro a fine vita e missioni di rimozione attiva.
Qui si innesta la dimensione geopolitica e militare. La U.S. Space Force descrive lo spazio come un “warfighting domain”, un ambiente conteso. Se l’orbita è ormai infrastruttura critica, allora può essere sorvegliata, disturbata o accecata: con jamming, cyberattacchi, operazioni di prossimità, fino alla minaccia cinetica dei missili antisatellite (Asat). È il compimento della profezia anni Ottanta: da Ronald Reagan e dalla Strategic Defense Initiative in poi, l’idea della “guerra spaziale” non è più fantascienza ma dottrina. Oggi, però, la differenza è decisiva: non si combatte “nello spazio”, si combatte per quella città orbitale che fa funzionare la Terra.
Le implicazioni sono profonde. La urbanistica spaziale impone alle democrazie di ripensare non solo regole tecniche, ma anche diritti e responsabilità globali. Per ora, la governance rimane in balia degli attori più potenti e tecnologicamente avanzati; le regole internazionali sono lente, parcellizzate, spesso non reattive. Il paradosso è che ciò che era una promessa di cooperazione globale — lo spazio come bene comune — rischia di trasformarsi in un’urbanistica di conflitti. Lo spazio non è più il vuoto neutrale delle utopie scientifiche: è una casa, costruita dall’umanità, vulnerabile dalla stessa logica di potere, interesse e competizione che domina la Terra.
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