sabato 11 marzo 2017
In molte canzoni il rocker di Correggio alza lo sguardo verso l'alto. Un continuo «cercare» quel dialogo per cui «vale la pena vivere».
Luciano Ligabue, foto Gian Mattia D'Alberto / LaPresse

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La tesi di Galliani sulla sua fede


“Hai un momento, Dio? Il rock di Luciano Ligabue in dialogo con il Cielo” è il titolo della tesi di Scienze religiose discussa da Lorenzo Galliani alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Ligabue ha risposto via mail ad alcune domande sul suo rapporto con la fede, che riportiamo nell’articolo. Galliani collabora con Avvenire e con il settimanale diocesano Verona Fedele.


«Tu che conosci il cielo, saluta Dio per me/ E digli che sto bene, considerando che/ che non conosco il cielo, però conosco te/ Mi va di ringraziare, puoi farlo tu per me?». In molte delle sue canzoni, Luciano Ligabue alza lo sguardo. Non ci sono solo le più famose Piccola stella senza cielo e Urlando contro il cielo ma anche, per esempio, Il cielo è vuoto o il cielo è pieno, dove Ligabue parla di sé e ammette: «Certi giorni non mi basta ciò che vedo, sento e tocco».

Ma alla fine, in cielo c’è o no qualcuno? Non sa rispondere, il rocker di Correggio, ma non smette di cercare. Fortemente polemico nei confronti dell’istituzione-Chiesa (basti pensare a Libera nos a malo, sul tema della sessualità), il discorso sembra cambiare quando si parla di Papa Francesco: «Da parecchi anni cerco di aiutare una comunità di recupero vicino alla mia città – ci racconta Ligabue –. Il prete fondatore di quella “famiglia allargata” si chiamava don Braglia e se n’è andato qualche anno fa. Il suo punto di vista era fondato su un tale amore e su una tale carità (cristiana e non) verso gli ultimi che sentivo spesso il bisogno di fare qualche chiacchiera con lui. Mi è dispiaciuto molto che non abbia fatto in tempo a vedere Bergoglio diventare Papa, perché credo che sia il Pontefice che lui aspettava da tantissimo tempo».

Intanto «vale la pena vivere», ricorda il rocker al figlio Lorenzo Lenny, in Da adesso in poi. O «vivere è un atto di fede, mica un complimento », per dirla con le parole di un’altra canzone. Ma questa fiducia nella vita su cosa poggia? In fondo, non è “rischiosa” come un atto di fede in Dio? «Qualsiasi “atto di fede” presuppone il rischio di una possibilità di smentita – ci risponde Ligabue –. Ma in qualità di “atto di fede” poggia su un sentimento totale».

La rockstar emiliana continua a mettersi in ricerca. «Non credo nelle generalizzazioni, per cui non penso che tutti i cattolici abbiano lo stesso grado di fede né tantomeno che il proprio personale grado di fede resti inalterato per tutta la vita – riprende Ligabue –. Siccome il dialogo con Dio è un dialogo interiore, mi viene da dire che vada di pari passo con i cambiamenti interni prodotti inevitabilmente dall’esperienza esistenziale di ognuno di noi».

In questo senso, Ligabue non si ferma al confronto e al distacco dalla Chiesa e dalle sue norme: «Non sono un esperto di religioni. Sono rimasto colpito dalla semplicità, dalla mancanza di “orpelli” e dalla leggerezza del buddismo. Ma questo non mi porta a essere buddista». Anni fa, al giornalista dell’Osservatore Romano Giampaolo Mattei aveva detto: «In maniera personale, non proprio cattolica, credo nel Padre Eterno. Sento forte il bisogno di un confidente al di là di questo mondo mortale». Un confidente che potrebbe essere quello descritto in Hai un momento, Dio?, in cui, un po’ per gioco e un po’ no, Ligabue chiede una relazione faccia a faccia: «Lo so che fila c’è, ma tu hai un attimo per me?».

Oppure, se proprio deve restare oltre le nuvole, almeno faccia sentire buona musica ai nostri cari, chiede in Chissà se in cielo passano gli Who. Nelle situazioni di sofferenza, invece, il cielo non risponde, e fa male. «Quando tiri in mezzo Dio, o il destino o chissà che/ Che nessuno se lo spiega, perché sia successo a te», canta il Liga in Il giorno di dolore che uno ha, pensando alla tragedia che colpì l’amico Stefano Ronzani e la sua famiglia. «Hai pregato bestemmiando per la rabbia, per tutta l’agonia/ per le scelte che stava facendo Dio», dice rivolgendosi al cugino Gianni, morto prematuramente, in Lettera a G. È un’assenza smisurata. Eppure non basta a dimostrare con certezza che il cielo sia vuoto: «Fai buon viaggio poi/ poi riposa se puoi». È il messaggio che, attraverso Ligabue, portiamo ai “Gianni” delle nostre famiglie, che conserviamo nel cuore.

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