Nelle fotografie di Frilet i Troubles dei bambini

Esposti a Pordenone fino al 12 aprile gli scatti realizzati nel '73 dal reporter francese. Con sguardo empatico sull’infanzia in guerra, proiettato sul presente
April 7, 2026
Nelle fotografie di Frilet i Troubles dei bambini
Fotografie realizzate dal reporter francese Patrick Frilet, in mostra nella personale "The Troubles" a Pordenone
Tra le strade in fiamme e i muri anneriti della Belfast degli anni ’70, i bambini giocano e corrono, quasi ignari dei pericoli che li circondano. Le loro risate risuonano nel silenzio che avvolge i quartieri, non appena gli scontri di piazza accennano a placarsi. La memoria di una delle stagioni più violente della storia europea del secondo ‘900 rivive attraverso lo sguardo del fotografo francese Patrick Frilet, che ha fatto della testimonianza civile il centro della propria ricerca artistica. La sua mostra personale “The Troubles” - inaugurata nei giorni scorsi alla biblioteca civica di Pordenone e che sarà aperta fino al 12 aprile nell’ambito del Dedica Festival – ci riporta dentro i primi anni del conflitto anglo-irlandese, quando la vita quotidiana nei quartieri cattolici di Belfast era segnata dalla violenza, la paura e la militarizzazione. L’esposizione raccoglie una parte significativa del lavoro che Frilet iniziò nel 1973, dopo essersi trasferito in città per insegnare francese e condurre una ricerca sugli effetti della guerra nella vita dei più giovani. Da quell’esperienza nacque la sua attività di corrispondente per il quotidiano “Libération” e poi una lunga carriera di fotoreporter internazionale. Ma ciò che rende il lavoro del fotografo francese particolarmente potente non è tanto la documentazione degli scontri, delle barricate o delle pattuglie armate quanto la scelta di concentrarsi sui più giovani. Sono loro il centro morale del racconto.
Nei ghetti cattolici di Belfast, Frilet trovò un universo sospeso tra gioco e guerra. I suoi scatti ci mostrano bambini che corrono tra case segnate dai proiettili, ragazzini che imitano con naturalezza i gesti dei soldati, bambine che ballano o fanno l’altalena sui lampioni, oppure giovanissimi che partecipano agli scontri lanciando sassi e bottiglie incendiarie contro i blindati dell’esercito britannico. La guerra, in queste fotografie, non è un evento spettacolare bensì un paesaggio quotidiano dentro cui si forma lo sguardo dei più giovani. Frilet non fotografa i bambini come vittime passive, né come simboli astratti dell’innocenza violata. Li ritrae piuttosto come individui già immersi in quella realtà politica, presenze che resistono dentro la scena, spesso immobili, a volte distratte, sempre esposte. I loro volti oscillano tra spavalderia e inquietudine, tra il desiderio di giocare e la consapevolezza precoce di appartenere a un fronte. Anche se non guardano direttamente l’obiettivo, finiscono per guardarci. Ed è proprio in quella distanza - tra ciò che vedono e ciò che non possono ancora comprendere - che le fotografie si caricano di una tensione particolare. Le strade, i muri, i segni della violenza restano sullo sfondo; in primo piano, invece, c’è un’infanzia che continua a esistere, ostinata e fragile, mentre tutto intorno si incrina. La stampa di alcune delle foto in mostra appare imperfetta, talvolta ha contorni un po’ sgranati. «Ritoccarle o cercare di migliorarle con l’intelligenza artificiale ne avrebbe compromesso l’autenticità – ci spiega Frilet –, all’epoca non le avevo sviluppate da solo in una vasca da bagno, in clandestinità, per non rischiare di farmele requisire dall’esercito britannico».
Negli anni ‘70 Belfast era una città spezzata e i quartieri cattolici vivevano sotto una pressione costante fatta di raid, arresti, coprifuoco e occupazione militare. In questo contesto, i bambini erano al tempo stesso spettatori e protagonisti involontari di una guerra che ridefiniva identità, linguaggio e memoria. Frilet è entrato in quei quartieri con una postura rara: quella della prossimità. Non ha cercato la distanza dell’osservatore neutrale ma ha costruito relazioni, lasciando che la sua macchina fotografica diventasse parte del paesaggio umano. E questo rapporto di fiducia ha permesso alle sue immagini di evitare l’estetica spettacolare del conflitto e di restituire invece una dimensione intima, quasi domestica, della guerra. Una cura che richiama la storica lezione di Robert Capa: la forza di una fotografia dipende dalla distanza che si è disposti a colmare. Nel lavoro di Frilet, quella distanza è stata ridotta fino quasi a scomparire. Non si tratta solo di prossimità fisica ma di una forma di partecipazione che nasce dall’aver vissuto a lungo dentro quella realtà, condividendone ritmi, paure e abitudini. Lo sguardo che ne deriva è attento, partecipe, mai invasivo. Negli scatti che ritraggono i gesti non mediati dei bambini, nei loro sguardi diretti o sfuggenti, si legge un’empatia che costruisce immagini in cui chi osserva è chiamato, a sua volta, ad avvicinarsi.
Guardando queste fotografie a distanza di oltre cinquant’anni, ciò che colpisce è anche la loro capacità di parlare al presente. Non sono semplicemente documenti storici: sono quesiti aperti sul modo in cui i conflitti modellano l’infanzia e sulle tracce che la violenza lascia nelle biografie individuali. E proprio da questa consapevolezza nasce un nuovo progetto al quale Frilet sta lavorando in Irlanda del Nord. «Ho avviato da tempo una ricerca per rintracciare alcuni di quei bambini che aveva ritratto nei primi anni ‘70», ci ha detto. «L’idea è quella di fotografarli di nuovo oggi, da adulti, per raccontare attraverso i loro sguardi la trasformazione di una società passata dalla guerra alla pace. Molti di quei bambini hanno ormai più di cinquant’anni e portano con sé una memoria che non è soltanto individuale ma collettiva, segnata dal lungo processo di riconciliazione culminato negli accordi di pace del 1998. Fotografarli adesso significa chiedere ai loro volti di testimoniare il tempo trascorso tra guerra e normalità, tra paura e ricostruzione».
In questo senso, la mostra presentata al Dedica festival non è solo un archivio del passato ma l’avvio di una narrazione in due tempi che porterà il fotoreporter francese a interrogarsi sugli effetti della guerra sulle generazioni che crescono al suo interno. Da una parte le fotografie dei bambini nei ghetti cattolici di Belfast, immerse nel clima incandescente dei primi anni del conflitto; dall’altra il progetto futuro, che proverà a raccontare la pace attraverso le espressioni di chi quella guerra l’ha vissuta da bambino.

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