Brian Eno: «La pace inizia dalla musica»
L’artista inglese a Parma per presentare una doppia installazione multimediale: «Questo mio progetto artistico può essere un esempio di armonia»

Riprendersi il tempo e il pensiero. È questa la sensazione che resta, più ancora delle opere, mentre Brian Eno attraversa Parma come un cicerone d’eccezione: e per chi lo ascolta da vicino, fra le fronde dei Giardini di San Paolo, c’è anche un pizzico di emozione difficile da nascondere nel vederlo lì, con la naturalezza di chi ha attraversato mezzo secolo di musica e cultura contemporanea senza mai smettere di spostarne il confine.
A Parma l’artista britannico – ex Roxy Music, architetto sonoro della stagione più visionaria di David Bowie nella trilogia berlinese (Low, Heroes, Lodger), e poi ancora produttore decisivo per gli U2 di The Joshua Tree e della svolta elettronica di Zooropa – presenta una doppia installazione: Seed e My Light Years. Due interventi che riconsegnano alla città il complesso di San Paolo e l’Ospedale Vecchio, spazi chiusi riattivati attraverso un’arte che non si guarda soltanto, ma si attraversa. Le mostre, inaugurate il primo maggio a Parma per restarvi sino al 2 agosto, sono curate da Alessandro Albertini con il sostegno del Comune e di diverse istituzioni culturali.
In Seed, nei Giardini di San Paolo, il suono è materia viva ed è destinato a rimanere nel tempo. Tracce musicali generative si diffondono su un’area di circa ottomila metri quadrati, mutando continuamente. Il pubblico non assiste: compone, cammina, ascolta. «Seed vuol dire “seme” e ciò che realizziamo è il germoglio per le conversazioni che le persone avranno qui - spiega Eno, che ha curato il progetto con la giornalista turca Ece Temelkuran - una sorta di “giardino segreto” mentale, uno spazio di quiete contro il rumore crudele dei nostri tempi».
Ma è anche qui che Eno innesta il suo discorso più esplicitamente politico. Indossando una spilla con la bandiera palestinese, non elude le domande del presente: «Se cerchiamo di tradurre in parole quello che la pace può essere… questo progetto artistico può essere un esempio. Non sarebbe bello vivere così?». E ancora: « Sarebbe bello che la pace potesse essere così accattivante presentata in questo modo, fare in modo che arrivi alle persone, perché alle persone in realtà la pace piace, è questo che vogliono ma invece ci sono tanta propaganda e pubblicità perché ci sia così tanta guerra. Pace, invece di un mondo in cui ogni anno vengono spesi 25mila miliardi di dollari per le armi…».
Fra le storiche mura dell’Ospedale Vecchio, My Light Years raccoglie invece decenni di ricerca sulla luce e sull’immagine, la sua prima vera retrospettiva: dai video realizzati negli anni Ottanta con la tecnologia VHS (Thursday Afternoon, Mistaken Memories of Mediaeval Manhattan) fino alle installazioni più recenti come 77 Million Paintings, flusso visivo in continua mutazione. È una storia dell’immagine come tempo sospeso, come meditazione.
Per Eno, pioniere dell’innovazione tecnologica, sull’intelligenza artificiale lo sguardo è lucido e inquieto: «La mia fonte di preoccupazione non è l’intelligenza artificiale di per sé, ma chi ne è il proprietario. Sono le stesse menti che hanno creato i social media, con un atteggiamento divisivo». Non è la macchina il problema, ma il sistema di potere che la orienta: «E’ in corso un processo di reingegnerizzazione che persegue scopi politici precisi, che sono tesi a trovare un altro modo ancora per controllarci. In un mondo in cui poche persone estremamente ricche si arricchiranno ulteriormente. Non è importante la cosa in sé, ma cosa fa un sistema come l’intelligenza artificiale, per cosa viene utilizzata. E viene utilizzata per portare avanti un controllo sociale iniziato con i social, perché sono le stesse persone che ci stanno dietro. Ma non dite che sono un pessimista».
Il filo rosso è sempre lo stesso: la qualità dell’attenzione umana. In un mondo saturo di stimoli, Eno difende l’idea di spazi liberi dal comando: «Io voglio dare uno spazio in cui si possa pensare e sentire senza che nessuno dica cosa pensare e sentire». E quale luogo migliore, per Eno, dell’Italia da lui tanto amata. « Vengo da Londra, capitale delle frodi internazionali e dei miliardari corrotti che evadono le tasse, dovreste essere felici di essere italiani e di vivere in un paese che pone al centro la bellezza».
Per quello che concerne la musica, lo sguardo è sempre proiettato verso il futuro. «Ci sono in ogni momento della storia dei mezzi espressivi ed artistici che sono più importanti di altri. Negli anni ‘20 era la pittura, negli anni ‘40-’50 la poesia. Questi mezzi di espressione diventavano prevalenti come canone. E attorno a questo canone le persone discutevano, erano d’accordo o meno. Negli anni ‘60-’70 il ruolo di arte canonica è stato della musica. Adesso la musica è così tanta, direi troppa, che è impossibile condividerla, parlarne e sapere di cosa parliamo. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile e che ascoltavano anche gli altri. Adesso non è più così. La musica non è più un canone. anche se continua ad avere un ruolo importante all’interno dell’ecologia culturale. La musica adesso è tantissima e ce n’è anche di ottima».
E rifugge dalla nostalgia: «C’era in giro anche negli anni ‘60 un sacco di roba brutta. Adesso c’è tanta musica, anche nuova e affascinante, che non appartiene a una tradizione ben definita. E posso dire che, tra dieci o vent’anni, si troverà ancora un accordo sulla musica. Tornerà ad avere ancora un canone, che non ha avuto negli ultimi anni. Ci sarà un altro periodo canonico. Non presto, ma se fosse anche presto è qualcosa che probabilmente non credo arriverò a vedere».
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