Come il Sudafrica di Navi Pillay è passato dall’Ubuntu a una “nuova” xenofobia

Nel Paese che ha saputo superare l'apartheid nel segno della riconciliazione, oggi disuguaglianze, paura e retorica politica stanno trasformando i migranti africani in capri espiatori. Un monito che riguarda anche l’Europa
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October 27, 2026
Come il Sudafrica di Navi Pillay è passato dall’Ubuntu a una “nuova” xenofobia
Il Premio Nobel Navanethem Pillay durante un intervento alla Nazioni Unite nella veste di Alto Commissario per i Diritti Umani/ FOTOGRAMMA
La vicenda personale di Navi Pillay, Premio Nobel per la pace 2026, ricorda quella di tante donne sudafricane non bianche della sua generazione. Nata nel 1941 da una famiglia povera di origini indiane tamil, subì sin da piccola varie forme di discriminazione, non solo razziale, ma anche di genere. Nonostante tutto, la sua è una storia di lotta e di successo. Che ha coinvolto l’intera comunità. Brillante studentessa, ha infatti potuto proseguire gli studi, grazie alla solidarietà degli abitanti del suo quartiere di Clairwood, a Durban, che raccolsero denaro per permetterle di iscriversi all’Università del Natal. Quello della comunità – o dell’Ubuntu, come direbbero in Africa, sintetizzabile nella formula “io sono perché noi siamo” è un valore costitutivo delle società africane. Ed è il perno su cui il Sudafrica ha costruito una transizione faticosa ma pacifica verso la libertà e la democrazia. Dove donne come Pillay – e moltissime altre – hanno giocato un ruolo fondamentale, e spesso non del tutto riconosciuto, specialmente nei processi di riconciliazione dal basso.
Il Sudafrica è uscito dalla notte dell’apartheid presentandosi come la “Nazione arcobaleno”, con una delle Costituzioni più avanzate e ben 12 lingue ufficiali, compresa quella dei segni. Eppure questo Paese che si è rinato al mondo come un modello di pluralismo e libertà oggi è sprofondato nelle logiche perverse della divisione e della xenofobia. Che hanno portato, negli scorsi mesi alla fuga – o alla vera e propria deportazione – di decine di migliaia di migranti provenienti da altri Paesi africani. Una nemesi crudele di una storia di liberazione.
«Il razzismo è ancora radicato. E la xenofobia è una sciagura», ci diceva poco prima di morire nel settembre 2025, Theresa Solomon, classe 1945, prima donna sudafricana non bianca a diventare sindaco di Cape Town. «Dietro, però, ci sono fattori socio-economici e politici. Gli alti tassi di disoccupazione, le difficoltà economiche e l’accesso limitato ai servizi di base accrescono le tensioni e contribuiscono a far diventare i migranti facili capri espiatori. Inoltre, la retorica politica può esacerbare i sentimenti xenofobi per vari motivi, tra cui distogliere l’attenzione dalle vere questioni interne». È quanto hanno denunciato recentemente anche i vescovi del Paese: «L’uso strumentale della paura, della divisione e della vulnerabilità umana per ottenere un vantaggio elettorale è moralmente inaccettabile e rischia di destabilizzare ulteriormente un contesto sociale già fragile». Questo appello potrebbe essere di grande e urgente attualità anche in Italia – come in molte altre parti d’Europa e del mondo (Stati Uniti inclusi) – in un tempo in cui si parla in modo totalmente irresponsabile di remigrazione, e si deportano le persone come se fossero pacchi, esternalizzando sempre di più le frontiere.
«Affrontare la xenofobia richiede strategie globali che affrontino le cause profonde della disuguaglianza sociale ed economica, promuovano la comprensione e la tolleranza e garantiscano la protezione dei diritti di tutti gli individui, indipendentemente dalla loro nazionalità o dal loro status di migranti», sosteneva Solomon. La sua “lezione” - come quella di Navi Pillay, che per tutta la vita si è battuta perché i diritti e la dignità di ogni persona fossero riconosciuti e rispettati - è un monito per tutti. E un invito a farsi carico della complessità delle questioni con lungimiranza. A meno che non si vogliano prendere scorciatoie in cui, di fronte a problemi reali, si prendono di mira i “diversi”, gli “stranieri”, alimentando paure funzionali solo allo stretto orizzonte delle urne.

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