domenica 11 giugno 2017
Molto colpita dalle parole di Francesco all'assemblea generale della Cei: «…forse anche noi talvolta cerchiamo di far convivere la fede con la mondanità spirituale, la vita del Vangelo con logiche di potere e di successo, forzatamente presentate come funzionali all'immagine sociale della Chiesa. Il tentativo di servire due padroni è, piuttosto, indice della mancanza di convinzioni interiori». Parole che non erano direttamente per me, ma mi hanno chiamata perché le riformulassi a mia misura.
Come si distingue la giusta realizzazione di sé, mettendo a frutto talenti che non vanno in alcun modo sprecati, da vanagloria, avidità e ansia di entrare a far parte della super-vita garantita dal non-anonimato e dal successo? Che poi (successo = ciò che viene dopo, ciò che c'è dopo) nell'etimologia si rivela succedaneo dell'immortalità e aspirazione a un'eternità terrena, relegando chi il successo non lo persegue o non lo raggiunge nella miseria di una vita ordinariamente mortale.
Come si resiste all'inganno? Un buon criterio, mi pare, è chiedersi costantemente a chi e a quanti gioveranno le proprie parole e le proprie azioni, facendo in modo che il cerchio del bene sia sempre più ampio. Accettando perfino il rischio di una perdita contingente e di una diminuzione del sé in vista di altro. E degli altri, soprattutto.
Spostare il proprio baricentro fuori di sé. Come fa una madre.
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