La sfida di Ildegarda di Bingen, donna dei fatti, non delle parole
giovedì 8 marzo 2018

Queste elezioni, credo siano state una sorpresa per tutti. Molto c'era d'aspettarselo, ma una divisione così netta e chiara, forse nessuno era riuscito a prevederla. Un voto che dice chiaro dove e come sono oggi gli italiani. Riflettevo su questo, mentre sostavo tra le righe di un libro: Storie di donne nel Medioevo di Maria Teresa Brolis (Il Mulino 2016). Dalla copertina mi sorride una donna leggiadra con i suoi monili, i capelli raccolti e un fascio di rose in grembo. Immagine della donna d'altri tempi che sedeva nel giardino di casa, regina della famiglia. Il dibattito sul ruolo della donna ci ha portato lontano da una siffatta immagine.
Dei diversi profili di donna proposti dal libro leggo quello di Ildegarda di Bingen, grande monaca dell'XI secolo e per noi, monache nel Montefeltro, punto di riferimento. Purtroppo è figura che va sottratta (con denti e unghie) alle riletture frou frou che ne fa certa New Age, la quale esalta solo alcuni aspetti di questo poliedrico genio della storia della Chiesa. Basterebbe citare lei per comprendere quanto poco conosciamo del ruolo della donna nella Chiesa e quanto, alcune sante, siano state date in pasto a gente lontana dalla fede. Ildegarda vive in un contesto di divisioni non meno gravi delle nostre. Vive in un tempo di papi e antipapi, e riesce sorprendentemente (come spiega mirabilmente la Brolis) a sottrarsi all'influente clero di Magonza offrendo una lettura del tutto personale del suo tempo.

Questa donna lascia l'agiata Disibodenberg per trasferirsi in una regione rupestre, Rupertsberg appunto, fondandovi un nuovo Monastero. Da questo "pulpito" arroccato parla a papi e imperatori, entra in dialogo con figure del calibro di San Bernardo, rimanendo sottomessa alle legittime autorità ecclesiastiche e non. Ildegarda narra del rapporto tra l'uomo e la donna con una sorprendente libertà e insegna alle sue monache a essere anzitutto donne, poi cristiane, poi monache. Con un anticipo di 8 secoli, rispetto a Bonhoeffer (il quale, imprigionato dai nazisti, affermava la necessità di essere credente e non religioso), Ildegarda esalta l'esperienza del credente contro categorie religiose che soffocano la reale conoscenza del divino.

Immagine: Miniatura da: Nouvelle acquisition latine 1673, fol. 83, Récolte des roses. Tacuinum sanitatis, Milano or Pavie (Italy), 1390-1400.


Una donna così non è scivolata entro sterili analisi della realtà, che non portano mai alla salvezza, ma ha proposto un'esperienza di vita. Ha lanciato, da donna, una proposta nuova, entro un tempo difficile dominato da uomini. Non è salita nuda sui banchi dei seggi elettorali starnazzando parole incomprensibili, non ne ha avuto bisogno. È stata però una sfida per l'assetto politico e religioso del suo tempo. Nemmeno ha indossato abbigliamenti "moderni" per compiacere al suo mondo in mutamento. È rimasta monaca, educando le sue sorelle, attraverso il teatro e il canto, a esprimersi in bellezza santità e fede. Critiche e disagi non le sono mancati, tuttavia oggi è sorgente inesauribile di ispirazione per laici e consacrati.
Rimiro la donna medievale seduta nel giardino, vedo la sua mano tesa verso un uomo, mentre offre fiori del suo mondo diverso. Sì, mancano persone così: figure politiche, maschili e femminili, figure religiose capaci di produrre frutti costituiti da fatti, non parole. Persone dalle scelte coraggiose e contro corrente che tornino ai principi fondanti una vita umana degna di questo nome e una politica che offra al cittadino la garanzia di vita, sana nel corpo e nella mente. Così, come l'antico Giovenale, saggiamente consigliava di chiedere a Dio Orandum est ut sit mens sana in corpore sano.

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