sabato 26 maggio 2018
Come ci immaginiamo la Chiesa? O, per meglio dire, come la “viviamo”? Qual è il tratto che la identifica? La domanda non è di quelle da poco, anzi. Perché è sempre forte la tentazione di liquidare la questione in maniera sommaria, e negativa, specie in un tempo in cui la narrazione della Chiesa passa purtroppo, e per certi versi inevitabilmente, anche attraverso le sue pagine più sporche, che opacizzano, se non addirittura nascondono, la montagna di bene che da essa ogni giorno si riversa sulla gente. Eppure, ci ha ripetuto lunedì scorso papa Francesco, la Chiesa è tutt'altra cosa. Sull'immagine di Maria, infatti, la Chiesa va vista al femminile: «donna perché sposa» e «madre in quanto feconda», con la «tenerezza» a contraddistinguerla. Senza questa identità chiara, tutto si ridurrebbe «a un'associazione di beneficenza o a una squadra di calcio». Insomma, una «Chiesa al maschile» che altro non sarebbe che un centro per «zitelli incapaci di amore, incapaci di fecondità».
Parole forti, pronunciate da papa Bergoglio nella prima ricorrenza liturgica della festa della “Vergine Maria, Madre della Chiesa”, da lui stesso istituita all'inizio dello scorso
mese di marzo. Parole che rimandano direttamente a quel solido Magistero sul quale, dalla Mater et magistra di Giovanni XXIII in avanti, tutti i pontefici hanno particolarmente insistito. A ribadire, come spiegò Benedetto XVI il 1 gennaio del 2012, che «Maria è madre e modello della Chiesa, che accoglie nella fede la divina Parola e si offre a Dio come “terra buona” in cui Egli può continuare a compiere il suo mistero di salvezza». Così «anche la Chiesa partecipa al mistero della divina maternità, mediante la predicazione, che sparge nel mondo il seme del Vangelo, e mediante i Sacramenti, che comunicano agli uomini la grazia e la vita divina»; e «in particolare nel sacramento del Battesimo la Chiesa vive questa maternità, quando genera i figli di Dio dall'acqua e dallo Spirito Santo... Come Maria, la Chiesa è mediatrice della benedizione di Dio per il mondo: la riceve accogliendo Gesù e la trasmette portando Gesù. È Lui la misericordia e la pace che il mondo da sé non può darsi e di cui ha bisogno sempre, come e più del pane». Quasi in continuità con questa riflessione tre anni più tardi, nell'udienza generale del 7 gennaio del 2015, Francesco sottolineò come «una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale. Le madri trasmettono spesso anche il senso più profondo della pratica religiosa: nelle prime preghiere, nei primi gesti di devozione che un bambino impara, è inscritto il valore della fede nella vita di un essere umano... Senza le madri, non solo non ci sarebbero nuovi fedeli, ma la fede perderebbe buona parte del suo calore semplice e profondo. E la Chiesa è madre, con tutto questo, è nostra madre! Noi non siamo orfani, abbiamo una madre! La Madonna, la madre Chiesa, e la nostra mamma. Non siamo orfani, siamo figli della Chiesa, siamo figli della Madonna, e siamo figli delle nostre madri». Ed è allora a partire da questo suo volto femminile che la Chiesa mostra tutta la sua «tenerezza», carattere peculiare di ogni mamma. Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia». In questi gesti istintivi, in questo «prendersi cura» ci sono «tutta la mitezza e umiltà» che «sono le qualità forti delle mamme». E che sono, e con sempre più nitidezza devono manifestarsi, le “qualità forti” della Chiesa.
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