Italia, paese della mania della bellezza: ma troppo privata, non pubblica e reale
sabato 9 maggio 2009
L'accordo tra la Fiat e la Chrysler sta euforizzando i cervelli italiani. La nostra industria automobilistica entra in America e l'America scopre l'Italia. In tempi difficilissimi di crisi generale (economica, politica, morale, sociale e sismica) qualche dose di autostima in più è bene accetta. Così, nel "Diario" di Repubblica del 5 maggio scorso l'accordo Fiat-Chrysler è commentato da un'allegra esaltazione del
made in Italy, simbolo e bandiera, si dice, di uno «stile inconfondibile» e prestigioso. La mentalità italiana viene definita innanzitutto nel suo rapporto istintivo e creativo con la Bellezza. Vengono riportate alcune parole di Giorgio Ruffolo dal libro Quando l'Italia era una superpotenza (Einaudi 2004 e 2008): «Non c'è un solo paese nella storia che abbia dedicato risorse tanto cospicue alla bellezza come l'Italia. È questo un mondo che è fatto della stessa stoffa dei sogni: capace di autonomizzarsi in una sfera sovrapposta al mondo reale e di prescindere dalla sua base materiale, come se la sorvolasse».
La diagnosi è perfetta. Bellezza e stile sono nel nostro paese un'inclinazione così forte perché coprono qualcos'altro, ciò che non abbiamo e non siamo capaci di produrre: un mondo sociale "bello" e ordinato, un territorio e un patrimonio artistico curati e protetti. La nostra mania per la bellezza è una mania più privata che pubblica (moda, abiti, eleganza) che ha fatto dell'Italia un "diabolico" Paese degli Stilisti, dove la bruttezza e l'incuria in tutto ciò che è reale vengono compensate in un mondo di sogno. Siamo il paese che ha la mania e la smania della "bella figura" e il paese in cui si fanno continuamente delle "brutte figure". Forse aveva ragione il nostro grande critico Francesco De Sanctis: in Italia la bellezza puramente estetica è l'altra faccia della bruttezza morale. Siamo gente vestita bene, che si comporta male.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: