Il memento mori e l'impegno dell'Europa
giovedì 5 settembre 2019

Un tempo lungo le strade, affrescate sui muri, nelle chiese e in luoghi pubblici e privati, pullulavano immagini note come memento mori. Le abbiamo cancellate o abolite con una certa aria di sufficienza, giudicando tali immagini, rimando per ciascuno di noi all'imminenza della fine, inopportune o macabre. In realtà queste opere avevano un loro preciso significato e un loro valore. Nella cattedrale di Santa Maria di Segovia, un artista spagnolo della seconda metà del '600 – Ignacio de Ries – ha lasciato un dipinto che pare l'istantanea di certi nostri tempi moderni, dove le tragedie più terribili si accompagnano a spensieratezza e gozzoviglie, con una nonchalance preoccupante. Il dipinto s'intitola L'albero della vita e, in effetti, raffigura uno stupendo albero che s'innalza entro tutta la tela.

Ignacio de Ries, Albero della Vita 1653 olio su tela cm 290x250 Cattedrale di Santa Maria. Segovia Spagna

Ignacio de Ries, Albero della Vita 1653 olio su tela cm 290x250 Cattedrale di Santa Maria. Segovia Spagna

La chioma è così larga e piatta da accogliere comodamente un banchetto luculliano e ciò sarebbe quasi confortante se non fosse che, nell'ignoranza generale, il tronco dell'albero sta pericolosamente rovinando sotto i colpi di una falce impugnata dalla morte. Chi dirige l'operazione delicata dell'abbattimento è il demonio, piccolo quanto un criceto: infatti, mentre la morte è un'evidenza per l'uomo, del maligno o si parla poco o si parla troppo e ciò rappresenta il miglior favore che gli si possa fare. Oggi, ma evidentemente non solo oggi (e il buon de Ries lo testimonia), da un lato si invoca il demonio a proposito e a sproposito o, dall'altro, si nega la sua esistenza. Il fatto è che esiste e lavora instancabilmente per portare uomini e bestie, creato e creature, verso la morte ultima. A destra dell'albero, Cristo si accinge a suonare una campana. Tra lo scomparire di molte funzioni della campana di un villaggio, uno dei pochi suoni che rimane è quello che annuncia la morte di qualcuno. Cristo annuncia la fine imminente, avverte con lo sguardo preoccupato e premuroso quell'umanità gaudente che occorrerebbe darsi pensiero per altro: sarebbero necessarie opere più consistenti, atti che abbiano il sapore dell'eternità e che fungano da biglietto da visita nell'ultima ora. Come non pensare ai panorami politici attuali, all'Europa? Un'Europa preoccupata dell'equilibrio economico e della stabilità della sua moneta, preoccupata di scaricare i suoi rifiuti (organici o no, spesso anche umani) a destra e a sinistra, senza avvedersi che la scure è alle radici e la campane batte i suoi colpi. Sì, cari governanti, la campana suona anche per voi. E allora tutte le cose perderanno lucentezza e rimarranno, non le cose dette, ma i fatti operati per salvare gli uomini e le loro famiglie. Forse il buon contadino di Segovia era più fortunato di noi: entrando in chiesa, alzando lo sguardo poteva ammirare quel memento mori che lo avvertiva della fine di tutte le cose e della necessità impellente di fare qualcosa non per accrescere se stesso, ma per far progredire l'umanità.

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