Il Belpaese e la moda di scrivere e leggere solo romanzi: ne vale la pena?
sabato 3 novembre 2007
La lettura non è di per sé un valore. Quando mi accorgo che dopo aver letto un romanzo, chi lo ha letto non ne parla, mi chiedo se valeva la pena leggerlo. L'atto di leggere, non dovrebbe concludersi con l'ultima pagina del libro, ma continuare mentalmente. Pensarci vuol dire rileggere. Come sappiamo esistono i non lettori. Ma esistono anche (non meno preoccupanti) i lettori passivi e muti. Dei libroni che hanno ingoiato non dicono una parola. Questo mutismo forse è dovuto alla qualità (cattiva) dei romanzi. Si leggono, ma cosa pensarne?
L'attuale mania di scrivere e leggere solo romanzi si impossessò dell'Italia all'inizio degli anni ottanta. Da allora se ne sono pubblicati un'enormità, ma non sembra che abbiano aiutato a pensare. La creatività è aumentata. Ma che cosa ha creato? Alcuni clamorosi successi.
È vero che di solito con la letteratura non si ha successo, ma i romanzi di oggi sembrano esistere solo per il successo. Il fatto è che il 90% della produzione narrativa finisce nel nulla. Un'idea di quanto sia diventato effimero un genere letterario come il romanzo la si ricava da una piccola esperienza commerciale. Fate il giro delle bancarelle e delle librerie d'occasione della vostra città e cercate di vendere i romanzi usciti sei mesi o un anno prima. Nessuno li vuole, nessun libraio ve li compra. Se non hanno vinto un importante premio letterario e non sono diventati best seller, i romanzi ormai non esistono. Gli editori ne pubblicano tanti solo perché sperano di indovinare il best seller. Ma perlopiù si sbagliano e l'enorme massa di narrativa pubblicata è la prova imbarazzante e inquietante dei loro errori. Anche dagli autori il romanzo è concepito e prodotto come libro di successo. Perciò fin dalla sua nascita appartiene più alla merceologia che alla letteratura. È per questo che alcuni recensori si sono trasformati in pubblicitari. Puntano sulle vendite. Essere dei "perdenti" li terrorizza.
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