venerdì 17 gennaio 2003
L'uomo dimentica. Si dice che ciò è opera del tempo; ma troppe cose buone, e troppe ardue opere, si sogliono attribuire al tempo, cioè a un essere che non esiste. No: quella dimenticanza non è opera del tempo; è opera nostra, che vogliamo dimenticare e dimentichiamo. Ho avuto il piacere di parlare un paio di volte un po' a lungo col nostro Presidente Ciampi e il discorso ha coinvolto in modo suggestivo e intenso, due pensatori italiani a lui cari, Guido Calogero e Benedetto Croce. Ho, così, ripreso in mano ogni tanto i libri di questi due autori. Ora sto leggendo i Frammenti di etica di Croce e m'imbatto in questa bella riflessione sull'oblio e sul tempo. Di solito si dice che è proprio la polvere del tempo a cancellare o almeno a scolorire i ricordi; anzi, si ripete spesso che il tempo guarisce persino le ferite ed elide le amarezze e gli odi. In realtà, siamo noi a perdere - nel bene e nel male - l'incisività delle esperienze. Se lo volessimo, saremmo capaci di tener viva la fiamma del ricordo soffiando ogni giorno sulle sue braci. Quante acrimonie e lotte tra fratelli si mantengono intatte per decenni proprio perché è la volontà a tener fiammeggiante l'odio. Quante conquiste dello spirito divengono, invece, stinte e fin estinte per colpa della superficialità, della distrazione e dell'ingratitudine. Croce ci invita a evitare un esercizio comodo, quello del dar colpa a ciò che è esterno a noi, sia il tempo o sia il destino, e a riportare il primato alla coscienza, alla libertà, al cuore e alla mente dell'uomo.
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