mercoledì 15 febbraio 2023
Sbirciano, trepidanti, inquiete e incuriosite, nel loro automatismo posturale di ballerine, i piedini già divaricati in una “prima posizione” ma imperfetta, anarchica, sciatta. Andranno in scena di lì a poco, ora soltanto c’è la loro trepidazione, quell’agitato sporgersi col busto un po’ in avanti a voler sbriciare tra gli sguardi del pubblico, gli stessi che di lì a poco le vedranno e giudicheranno mentre danzano, statuarie, perfette in ogni posizione della coreografia, leggerissime, quanto mai precise. Nel quadro come nei molti disegni preparatori, Degas le sue ballerine le immagina così: dietro le quinte di un palcoscenico, in ognuna accesa una diversa luce, occhi puntati su invisibili differenti luoghi di palco e platea. La tensione di tutta la scena non vibra tanto nelle posture, il poggiare a terra delle gambe forti e delle piante dei piedi di lì a poco pronte a sollevarsi sulle punte con pura armonia di levità per venire applaudite. No, vibra in quei loro occhi, piccole stoccate scure di pennello, punti di nero così impercettibilmente profondi da saper trasmettere l’ansia, l’aspettativa del momento che sta per arrivare. E tutto si posiziona verso quell’accadere, attraverso quegli occhi ardenti che scrutando febbrili oltre il tendaggio delle quinte, inesauribili cercano. © riproduzione riservata
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