giovedì 29 giugno 2017
Anche quando scriveva reportage esilaranti, come la descrizione di una crociera apparsa sulla rivista Harper's e poi diventata un gustoso libretto (Una cosa divertente che non farò mai più, minimum fax 1998), David Foster Wallace univa un'eccezionale vena umoristica a una riflessione profonda sul senso della vita e della morte nella società dell'opulenza. A lui quella crociera extralusso di massa sulla nave Nadir sembrava un'esperienza tristissima, fatta per colmare un vuoto enorme da parte di centinaia di americani più o meno benestanti. Per quello che è stato il maggior scrittore di culto in Usa degli ultimi vent'anni (è morto tragicamente nel 2008, a soli 46 anni, togliendosi la vita), l'esistenza è sempre stato un caso serio. La sua vitalità capace di sfociare in una satira pungente, il suo stile sempre creativo persino nel look (tutti lo ricordano con la bandana, gli scarponi slacciati, le camicie a quadrettoni, sia quando frequentava l'università sia quando più tardi cominciò a insegnare) esprimevano al fondo la volontà di mettere in discussione il pensiero dominante della cultura americana post-reaganiana, fondata esclusivamente sul possesso e sul godimento. Un atteggiamento critico che si manifesta già nella sua tesi di laurea sulla predestinazione e nel suo primo romanzo, scritti contemporaneamente. Quest'ultimo pubblicato nel 1987 col titolo La scopa del sistema e che, con l'altro che l'avrebbe reso ancora più famoso, Infinite Jest (apparso nel '96 e il cui titolo era mutuato da Shakespeare), hanno segnato l'abbandono del minimalismo come corrente principale degli autori nordamericani. Nella loro complessità e difficoltà, traspongono in narrativa i dilemmi filosofici di Wallace: il primo sente l'influsso di Wittgenstein, il secondo di Dostoevskij.
Ma per capire la sua anima è preferibile leggersi Un antidoto contro la solitudine (minimum fax 2013), che raccoglie una serie di conversazioni da cui emerge una critica radicale alla televisione e alla narrativa spazzatura, che «avvincono senza pretendere nulla». Dice Wallace: «Ciò che la tv è molto brava a fare – e, rendiamocene conto, non fa altro che questo – è individuare ciò che grandi masse di persone credono di volere, e fornirglielo: un fortissimo rifiuto della frustrazione e della sofferenza». La tv è il più grande anestetico che ci fa dimenticare il nostro senso di solitudine e vuole eliminare il dolore dalla nostra vita, facendo del piacere «un valore, un fine teleologico in sé e per sé». A questa tendenza di fondo, in cui lui stesso era immerso (soprattutto nei periodi più duri della sua depressione restava ore a vedere la tv), Wallace contrappone la vera letteratura, quella capace di far immergere i lettori nella vita interiore di altri individui e perciò di se stessi: «Se un'opera letteraria ci permette grazie all'immaginazione di identificarci con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile pensare che altri possono identificarsi con il nostro. Questo è un pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro». Per lo scrittore la vera narrativa è sempre etica e per colmare disperazione e vuoto deve contemplare una promessa di redenzione.
Negli ultimi tempi Wallace era divenuto consapevole dei rischi del mondo di internet, che pure utilizzava volentieri, fra cui una totale estraniazione e frammentazione: «Oggi – dice in un passo del libro – ho ricevuto 500.000 informazioni distinte, delle quali forse 25 sono importanti. Il mio lavoro consiste nel trovarci un senso». Qua e là nel volume risaltano anche i suoi maestri: San Paolo e Rousseau, il già citato Dostoevskij e Camus; per la narrativa americana del '900 Flannery O'Connor, Cormac McCarthy, Raymond Carver e Don DeLillo, che gli fu amico. E la sua aspirazione alla spiritualità: «Mi interessa la religione, solo perché alcune chiese mi sembrano posti dove si può parlare di certe cose. Che senso ha la nostra vita? Crediamo in qualcosa di più grande di noi?». Wallace spiega anche di aver cercato di entrare nella Chiesa cattolica due volte, ma di essersi fermato prima. Come scrive il suo biografo D.T, Max nel libro struggente Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi (Einaudi 2013), ammirava la fede altrui ma non era in grado di tollerarla per sé.
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