giovedì 9 gennaio 2003
Non c'è niente di così facile che non diventi difficile quando lo si fa controvoglia. Capita anche a me, di fronte a un foglio bianco, di arrestarmi o procedere con fatica, anche se si tratta di stendere un testo non particolarmente arduo. È perché nel retroterra del pensiero o della stessa coscienza si annida una malavoglia, anzi una "controvoglia". Tante azioni diventano simili a montagne da scalare quando si fanno malvolentieri e certe audacie nascono dal fatto che ci si appassiona per una cosa, pur se difficile, improba, persino pericolosa. È ciò che ci ricorda il commediografo latino Terenzio (II sec. a.C.) in questo verso della sua opera dal titolo greco piuttosto complesso Heautontimorumenos, cioè "il punitore di se stesso", storia di un padre che adempie male alla sua funzione di genitore e che è vittima del suo stesso errore. È un lettore a suggerirmi questa frase che mi pare adatta come augurio per affrontare un nuovo anno di impegni, di fatiche, di attese. Se si calca il pedale della nausea di fronte alle difficoltà, è inevitabile che la vita si trasforma in una foresta cupa da attraversare. Se si cerca di scoprire sempre il pur minimo lato positivo delle azioni, allora lentamente si vede diradarsi l'orizzonte e apparire la luce. Nel celebre Macbeth Shakespeare metteva in bocca al protagonista questa osservazione: «Una fatica nella quale proviamo un po' di piacere è medicina alla pena che pure dobbiamo sopportare».
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